domenica 26 marzo 2017

le donne comprendono???




Chissà se un giorno la maggior parte delle donne riuscirà a comprendere che chi ha raccontato loro e si è adoperato per la loro "emancipazione" attraverso il lavoro, la contraccezione (anche abortiva) e il divorzio lavorava per sfruttarle ancora di più nel corpo e nello spirito, a letto e sul lavoro, distruggendo proprio l'essenza della loro femminilità, usandole per sfasciare la società disarticolandola dall'essere comunità di destino legate le une alle altre e all'interno delle quali ogni persona era tutelate e garantita, e trasformarla in meri aggregati di individui svincolati l'uno dall'altro e uniti solo da interessi volontari e temporanei.
Senza conquistare la donna con le sue scintillanti promesse di libertà la Rivoluzione non avrebbe mai potuto raggiungere i risultati odierni.


Essa infatti è passata di successo in successo nel demolire istituzioni sociali, politiche e religiose senza tuttavia arrivare a un successo definitivo perché incapace di toccare il cuore e la natura profonda dell'uomo che si crea e si coltiva nella trasmissione dei valori fondamentali e tradizionali all'interno del calore di un nucleo familiare. Per farlo la Rivoluzione ha dovuto usare la violenza creando resistenze e di fatto fallendo, venendo così costretta a cambiare strategia.
 

Conquistando la donna alla sua causa la Rivoluzione si garantisce contro la sua nemica per essenza: la Tradizione, cioè la trasmissione di un modo di pensare, di vivere che lega nei loro valori e principi essenziali le generazioni precedenti a quelle che verranno. Troncando questa ogni individuo è libero, si autodetermina e quindi Re e Dio, almeno sulla carta e secondo quanto gli promettono i "diritti civili" cui vengono educati.
 

Che poi la realtà sia tutto il contrario avranno modo di verificarlo nel corso dell'esistenza. Ma si fa più fatica a staccarsi da una menzogna che si presenta come un sogno di libertà e sentito come una idea di nostra proprietà che attaccarsi al vero e alla realtà cui siamo stati educati a percepire come una mostruosa e ingiusta limitazione dei nostri diritti e delle nostre esistenze. 

(Piero Mainardi)

 

sabato 25 marzo 2017

Convegno dei preti sposati

Monsignor D’Ercole e i “preti sposati”

 

Ieri un amico mi segnalava la notizia che annuncia la presenza di monsignor Giovanni D’Ercole al Convegno dei preti sposati, e che lascia intravedere, «dopo la visita del Papa, una nuova apertura». Questa di voler preconizzare sempre “nuove aperture” è da un lato un tic giornalistico (ogni edizione è “straordinaria”, per lo strillone che ci si guadagna da vivere…); dall’altro non manca negli ambienti ecclesiali la solita tendenza orwelliana a dare notizie che causino i fatti, invece di cronache che li riportino.

Ma i fatti sono fatti, appunto, ed è vero che monsignor D’Ercole – ecclesiastico più volte segnalatosi per prudenza di giudizio e intelligenza pratica – prenderà parte al convegno annuale organizzato dall’associazione Vocatio. Normalmente quella eucaristia viene presieduta da un prete sposato, ovvero da un sacerdote cattolico che per varî motivi non abbia assunto la promessa del celibato perpetuo (o, in teoria, che sia stato dispensato dagli obblighi di quella promessa). Chiaramente passare da uno di questi oscuri pretini a un vescovo affermato, e tra i più in vista del panorama nazionale italiano (nonché della Santa Sede), non può essere un puro accidente. Senza dubbio D’Ercole ha avuto il benestare di influenti sfere vaticane, per accettare di presenziare a un evento così potenzialmente divisivo. I conferenzieri Adriana Valerio, Giovanni Cereti e Basilio Petrà, nomi ben noti nell’ambiente accademico e di ricerca, sono dichiaratamente a favore dell’abolizione dell’obbligo di celibato sacerdotale nei riti latini della Chiesa cattolica – e questo è l’intento programmatico della stessa associazione Vocatio, al cui interno si raccolgono i cocci di esperienze di vita dolorosissime. La presenza di D’Ercole è probabilmente un segnale. Che farà?
Per sapere questo dovremo aspettare sabato e domenica. Intanto a me preme ricordare due cose: da un lato la reale posizione di Paolo VI, rispetto alla quale si tramandano dolose inesattezze; dall’altro la reale situazione dei preti sposati per come la conosco io direttamente.
Anzitutto il Magistero: Paolo VI, che al celibato sacerdotale aveva dedicato un’importante enciclica, viene tramandato come il Pontefice di manica larga che faceva sposare tutti i preti che gli inoltravano richiesta. Leggiamo infatti sul sito di Vocatio:
D_Ercole-Avvento.jpgPaolo VI concedeva in fretta e senza difficoltà la dispensa ai preti che la richiedevano, ma con la salita al soglio di Pietro di Giovanni Paolo II le cose sono cambiate e da buon Papa politico, per frenare l’emorragia di preti dalla Chiesa, ha imposto regole severissime per l’ottenimento della dispensa. Anzi, contro le indicazioni del Concilio Vaticano II il Papa ha introdotto una sacralizzazione del celibato presbiterale: un prete ordinato validamente lo è per sempre, ma la gerarchia cattolica è andata ben oltre e ha deciso che ordinazione presbiterale e celibato siano inscindibilmente uniti ed eterni, è stato cioè aggiunto il celibato come proprietà ineliminabile del presbiterato, perciò non esiste più il sacramento dell’ordine, ma dal 1979 abbiamo il sacramento dell’ordine-celibatario.
Peccato non trovare in calce a questo testo una firma a cui si possa chiedere di rendere conto di certe affermazioni azzardate: l’unica cosa incontrovertibilmente vera, in questo paragrafo, è che un prete ordinato validamente resta sacerdote per sempre. Il resto è tutto parte di una narrazione perlomeno distorta, a cominciare dall’epica delle “indicazioni del Vaticano II” per finire con la contrapposizione tra il buon Paolo VI e l’arcigno orso polacco che gli successe (peraltro nel ’78, non nel ’79).

Anzi, quanto al Vaticano II: se un motivo c’è per cui nessun suo documento tocca la questione, certo non lo si deve alla timidezza dei Padri conciliari, i quali volentieri avrebbero affrontato l’argomento. No, fu proprio Paolo VI che avocò a sé la faccenda, ovvero proibì che il tema fosse preso durante le sessioni del Concilio, e lo fece promettendo che presto avrebbe promulgato un documento dedicato. La promessa fu mantenuta, perché il 24 giugno 1967 Sacerdotalis cælibatus vide la luce. Cominciava così:
Il celibato sacerdotale, che la Chiesa custodisce da secoli come fulgida gemma, conserva tutto il suo valore anche nel nostro tempo, caratterizzato da una profonda trasformazione di mentalità e di strutture. Ma nel clima dei nuovi fermenti si è manifestata anche la tendenza, anzi l’espressa volontà di sollecitare la Chiesa a riesaminare questo suo istituto caratteristico, la cui osservanza secondo alcuni sarebbe resa ora problematica e quasi impossibile nel nostro tempo e nel nostro mondo.
Un’antifona quanto mai chiara. Ma è il capitolo III (significativamente intitolato “Dolorose diserzioni”) a esprimere con migliore compiutezza il pensiero di Paolo VI sui “preti svestiti”:
A questo punto, il Nostro cuore si rivolge con paterno amore, con trepidazione e dolore grande a quegli infelici, ma sempre amatissimi e desideratissimi fratelli Nostri nel sacerdozio, i quali, mantenendo impresso nell’anima il carattere sacro conferito dall’ordinazione sacerdotale, furono disgraziatamente infedeli agli obblighi assunti al tempo della loro consacrazione sacerdotale.
Il loro lacrimevole stato, e le conseguenze private e pubbliche che ne derivano, muovono alcuni a pensare se non sia proprio il celibato responsabile in qualche modo di tali drammi e degli scandali che ne soffre il popolo di Dio. In realtà, la responsabilità ricade non sul sacro celibato in se stesso, ma su una valutazione a suo tempo non sempre sufficiente e prudente delle qualità del candidato al sacerdozio o sul modo col quale i sacri ministri vivono la loro totale consacrazione.

La Chiesa è sensibilissima alla triste sorte di questi suoi figli e ritiene necessario fare ogni sforzo per prevenire o sanare le piaghe che le sono inferte dalla loro defezione. Seguendo l’esempio dei Nostri immediati Predecessori di s. m., anche Noi abbiamo voluto e disposto che la investigazione delle cause riguardanti l’ordinazione sacerdotale sia estesa ad altri motivi gravissimi non previsti dall’attuale legislazione canonica, i quali possono dar luogo a fondati e reali dubbi sulla piena libertà e responsabilità del candidato al sacerdozio e sulla sua idoneità allo stato sacerdotale, in modo da liberare quanti un accurato processo giudiziario dimostri effettivamente non adatti.
SC 83-84
Gli aggettivi e gli avverbî, soprattutto, sono rivelativi della traccia profonda del pensiero montiniano: sarebbe interessante sapere come gli amici di Vocatio riescano a ricondurre questa sconsolata mestizia alla gaia narrazione di un Paolo VI “open-minded” (in senso eversivo). Nel due numeri successivi Papa Montini era stato più esplicito:
paolovi_966221_966329.jpgLe dispense che vengono eventualmente concesse, in una percentuale in verità minima nei confronti del grande numero dei sacerdoti sani e degni, mentre provvedono con giustizia alla salute spirituale degli individui, dimostrano anche la sollecitudine della Chiesa per la tutela del sacro celibato e la fedeltà integrale di tutti i suoi ministri.

Nel fare questo, la Chiesa procede sempre con l’amarezza nel cuore, specialmente nei casi particolarmente dolorosi nei quali il rifiuto a portare degnamente il giogo soave di Cristo è dovuto a crisi di fede, o a debolezze morali, spesso perciò responsabile e scandaloso.
Oh, se sapessero questi sacerdoti quanta pena, quanto disonore, quanto turbamento essi procurano alla santa Chiesa di Dio, riflettessero quale era la solennità e la bellezza degli impegni assunti, e a quali pericoli essi vanno incontro in questa vita e a quella futura, essi sarebbero più cauti e più riflessivi nelle loro decisioni, più solleciti alla preghiera e più logici e coraggiosi nel prevenire le cause del loro collasso spirituale e morale.
SC 85-86
E anche i numeri successivi, almeno fino al 90, sono illuminanti per capire il dramma che la Chiesa vive per ognuna di quelle promesse infrante. La morte, letteralmente, le risulta preferibile a quello strazio e, benché queste siano parole di san Domenico Savio, è stata Grazia Deledda – in La madre – a illustrarne fino in fondo il dolore.

foto-1aNaturalmente, per la stessa natura del celibato, la defezione da quella promessa è spesso legata a questioni sentimentali: tuttavia questo non basta a rendere vera la tesi per cui il celibato sarebbe responsabile del calo delle vocazioni al sacerdozio. Da una parte infatti calano anche i matrimonî, dall’altra le vocazioni al ministero pastorale non sono migliori (né per quantità né per qualità) là dove questo non comporta il celibato. La verità è un’altra: la nostra società liquida scoraggia ogni tipo di impegno e, per definizione, qualunque promessa di solidità. Celibato e matrimonio sono due facce dell’identica realtà, che è la promessa (e una fedeltà che la prolunghi all’infinito).

Ma l’altra cosa che, più brevemente, vorrei dire, riguarda quegli uomini. E quelle donne (c’entrano anche loro, e spesso soffrono più dei preti). Capita che ne conosca alcuni. Sono persone di cui è impossibile non comprendere il dissidio fondamentale: anzi si capisce benissimo che alcuni fra loro vogliano legittimarsi cerebralmente e sublimare in un riconoscimento ecclesiale i sensi di colpa, elaborando un sistema dottrinale capace di tenere insieme “capra e cavoli”. Peccato trascurino che il problema è a monte… In questi convegni si invitano a testimoniare sacerdoti uxorati come se la questione fosse “è possibile essere sposati ed essere ordinati preti?” (è il contrario ad essere impossibile, sempre e per chiunque).
Che cosa accadrà, dunque, sabato e domenica? Ho chiesto un pronostico in amicizia a un prelato incaricato dalla Chiesa di formare i giovani al sacerdozio. Mi ha risposto così:
211040539-e1e7926b-dc84-464f-b598-e76ad55cc487_B.20072406_std-590x362.jpgNon temo questi movimenti e credo che l’obbligo del celibato non verrà meno. Il Papa potrebbe aprire all’ammissione al sacerdozio di viri probati [uomini sposati che risultino idonei ad adempiere il ministero, n.d.r.]. Se ne discute e vedremo che ne uscirà. Le rivendicazioni di quanti hanno lasciato [il ministero, n.d.r.] non possono determinare queste scelte. A mio giudizio se si accedesse all’ammissione dei viri probati, i preti che hanno lasciato [il ministero, n.d.r.] andrebbero esclusi. Dove non c’è l’obbligo del celibato, prima ci si sposa e poi si accede al sacerdozio. Non il contrario. Così è anche da noi per i diaconi permanenti.
Bisognerebbe riguardarsi La moglie del prete, di Dino Risi: reca traccia del clima della Sacerdotalis cælibatus (è stato messo in cantiere poco dopo l’uscita del documento) e tratteggia mirabilmente illusioni e disillusioni di quegli anni. In più, come accade non di rado, il regista laico è riuscito a gettare uno sguardo profondo sulla realtà ecclesiale – confrontarsi onestamente con quello sguardo sarebbe una vera, umile e fedele applicazione del Vaticano II. L’amarissimo finale del film, infatti, mostra che don Mario Carlesi (Marcello Mastroianni) viene “recuperato” nelle orbite del ministero tramite la lusinga del potere, o dei suoi apparati clericali.

Ecco, forse gli amici cui è capitato di fare questi grossi errori farebbero meglio ad allontanarsi a passo deciso dalle lusinghe. Ma soprattutto per loro lo dico, specie se avevano avuto una vocazione sincera: la loro sofferenza sarà forse minore e probabilmente più sensata, se non si ostineranno a piantarsi sulla soglia della sagrestia.

 https://giovannimarcotullio.com/2017/03/22/monsignor-dercole-e-i-preti-sposati/

venerdì 24 marzo 2017

nuovo rito per la Messa

Due pesi e due misure 

 


In questi giorni capita di leggere articoli dai toni un po’ apocalittici, riguardanti presunti progetti di riforma liturgica, che avrebbero come obiettivo la creazione di un nuovo rito eucaristico che permetta la partecipazione di fedeli appartenenti a diverse confessioni cristiane. Di fronte a tali annunci, sinceramente, si rimane alquanto perplessi, dal momento che non si riesce a vedere che fondamento abbiano: di solito un articolo cita l’altro, senza mai fornire una fonte attendibile, che non siano le solite “voci” (o forse, piú probabilmente, all’origine c’è l’errata interpretazione di alcune informazioni credibili, ma non ben comprese).


Di fatto, l’unica notizia recente in ambito liturgico è quella della costituzione, presso la Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti (CCDDS), di una commissione incaricata di rivedere l’istruzione Liturgiam authenticam. Me ne ero occupato nel post del 7 febbraio 2017. Nel post della scorsa settimana ho riportato la smentita del Prof. Grillo circa qualsiasi suo coinvolgimento nella commissione.

Ora viene una conferma dell’esistenza della commissione e i nomi dei suoi componenti dal blog di Francisco José Fernández de la Cigoña La Cigüeña de la Torre. Un articolo serio sulla questione, che riprende l’indiscrezione de La Cigüeña, è quello di Riposte catholique (una traduzione italiana nel sito Una Vox). Perché “serio”? Perché dimostra di essere bene informato e, soprattutto, si limita ai fatti, senza lasciare che la fantasia prenda il sopravvento. L’articolo riporta le reazioni a Liturgiam authenticam in ambito tedesco, italiano, anglosassone, spagnolo e francese. Quel che mi ha colpito maggiormente non è stato tanto il fatto che ci siano state opposizioni (lo si sapeva già), quanto piuttosto il diverso trattamento che è stato riservato dalla CCDDS ai diversi “episcopati” (metto la parola “episcopati” fra virgolette, perché sappiamo bene che molto spesso i vescovi non ne sanno nulla di certe questioni, venendo esse gestite per lo piú dai “tecnici”, nella fattispecie dai liturgisti). Io non conosco la situazione negli ambiti tedesco, francese e spagnolo (non sapevo, per esempio, che è uscita la nuova edizione del Messale in castigliano: sarebbe interessante vedere che cosa è venuto fuori, dal momento che era già stata autorizzata una diversa traduzione della formula di consacrazione per la Spagna e per i paesi latinoamericani). Conosco meglio (non perché abbia contatti con gli addetti ai lavori, ma solo perché faccio uso dei rispettivi testi) la situazione in ambito italiano e anglofono. A proposito dell’Italia, l’articolo afferma:
Bisogna dire che il mondo dei liturgisti italiani è molto ben organizzato in un efficace gruppo di pressione, in particolare attorno all’Associazione dei Professori di Liturgia, che insegnano alla Pontificia Università Sant’Anselmo, negli istituti liturgici di Padova, Palermo, Bologna, Milano e nei seminari diocesani. L’Ufficio Liturgico della Conferenza Episcopale Italiana è nelle loro mani, al pari delle importanti riviste liturgiche: La Rivista di pastorale liturgica e La Rivista liturgica.
Senza conoscere questi retroscena, mi ero accorto da solo che gli italiani erano ben ammanicati presso la CCDDS. Come ero giunto a tale conclusione? Attraverso una serie di osservazioni sui libri liturgici. Qui basterà fare un esempio, sufficiente a dimostrare la “corsia preferenziale” di cui l’Ufficio liturgico della CEI ha sempre usufruito presso il Dicastero.

Martedí della prima settimana di Quaresima. Vangelo del giorno: Matteo 6:7-15 (il Padre nostro). Nel Lectionary for Mass for Use in the Dioceses of the United States of America. Second Typical Edition, approvato nel 2001 a norma dell’istruzione Liturgiam authenticam, vengono apportate delle correzioni alla New American Bible (NAB) adottata da quel lezionario:

NAB 1986
LEZIONARIO 2001


“In praying, do not babble like the pagans,
who think that they will be heard because of their many words.
Do not be like them.
Your Father knows what you need before you ask him.
“This is how you are to pray:
Our Father in heaven,
      hallowed be your name,
      your kingdom come,
      your will be done,
      on earth as in heaven.
Give us today our daily bread;
and forgive us our debts,
      as we forgive our debtors;
and do not subject us to the final test,
      but deliver us from the evil one.
If you forgive others their transgressions,
your heavenly Father will forgive you.
But if you do not forgive others,
neither will your Father forgive your transgressions.

Jesus said to his disciples:
In praying, do not babble like the pagans,
who think that they will be heard because of their many words.
Do not be like them.
Your Father knows what you need before you ask him.
“This is how you are to pray:
Our Father who art in heaven,
      hallowed be thy name,
      thy kingdom come,
thy will be done,
      on earth as it is in heaven.
Give us this day our daily bread;
and forgive us our trespasses,
as we forgive those who trespass against us;
and lead us not into temptations,
      but deliver us from evil.
If you forgive men their transgressions,
      your heavenly Father will forgive you.
But if you do not forgive men,
   neither will your Father forgive your transgressions.”
The Gospel of the Lord.

Ho evidenziato in corsivo le modifiche apportate dal comitato Vox Clara (costituito presso la CCDDS) al testo della NAB, in base alle norme di Liturgiam authenticam. Le modifiche sono sostanzialmente due: la sostituzione della moderna traduzione del Padre nostro con la versione tradizionale (ancora usata nella liturgia) e la sostituzione di others (adottato dalla NAB in omaggio al politicamente corretto inclusive language) con men (traduzione letterale dell’originale τοῖς ἀνθρώποις). L’istruzione del 2001 viene dunque applicata alla lettera.

Che cosa accade in ambito italiano? In Italia, dove non è stato ancora pubblicata la nuova edizione del Messale (per i motivi illustrati nel citato articolo), è stato però pubblicato il nuovo lezionario, che utilizza la traduzione CEI della Bibbia del 2008. In questo caso, il nuovo lezionario è stato approvato senza apportare alcuna modifica al testo biblico approvato nel 2008. Può però essere utile fare un raffronto tra la vecchia e la nuova traduzione CEI:

CEI 1974
CEI 2008

Pregando poi, non sprecate parole come i pagani, i quali credono di venire ascoltati a forza di parole.
Non siate dunque come loro, perché il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno ancor prima che gliele chiediate.
Voi dunque pregate cosí:
Padre nostro che sei nei cieli,
sia santificato il tuo nome;
venga il tuo regno;
sia fatta la tua volontà,
come in cielo cosí in terra.
Dacci oggi il nostro pane quotidiano,
e rimetti a noi i nostri debiti
come noi li rimettiamo ai nostri debitori,
e non ci indurre in tentazione,
ma liberaci dal male.
Se voi infatti perdonerete agli uomini le loro colpe, il Padre vostro celeste perdonerà anche a voi;

ma se voi non perdonerete agli uomini, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe.

Pregando, non sprecate parole come i pagani: essi credono di venire ascoltati a forza di parole.

Non siate dunque come loro, perché il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno prima ancora che gliele chiediate.
Voi dunque pregate cosí:
Padre nostro che sei nei cieli,
sia santificato il tuo nome,
venga il tuo regno,
sia fatta la tua volontà,
come in cielo cosí in terra.
Dacci oggi il nostro pane quotidiano,
e rimetti a noi i nostri debiti
come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori,
e non abbandonarci alla tentazione,
ma liberaci dal male.
Se voi infatti perdonerete agli altri le loro colpe, il Padre vostro che è nei cieli perdonerà anche a voi;
ma se voi non perdonerete agli altri,  neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe.



Anche in questo caso ho evidenziato le variazioni della traduzione del 2008 rispetto a quella del 1974. Ebbene, a parte qualche modifica di carattere puramente formale, se consideriamo la traduzione del 1974, quando ancora Liturgiam authenticam era di là da venire, potremmo dire che ne anticipasse inconsapevolmente i contenuti: versione tradizionale del Padre nostro; “uomini” tradotto letteralmente. Nella traduzione del 2008, adottata dal nuovo lezionario, invece, si modifica la versione del Padre nostro (nonostante si continui a usare nella liturgia la formula tradizionale) e si rende “uomini” con “altri”, esattamente come fa la NAB (nonostante che in Italia, grazie al Cielo, non sia cosí sentito come nel mondo anglosassone il problema del “linguaggio inclusivo”). 

Ebbene, il nuovo lezionario è stato approvato nell’anno del Signore 2009 dalla CCDDS, durante il pontificato di Benedetto XVI, con S. Em. il Card. Antonio Cañizares Llovera Prefetto, S. E. R. Mons. Albert Malcom Ranjith Patabendige Don Segretario e il Rev. Padre Anthony Ward Sottosegretario, nessuno dei quali risulta essere di tendenze moderniste o bugniniane. Sono stati usati, nello stesso ambito, due pesi e due misure. Come si spiega? Dobbiamo attribuire il diverso trattamento a negligenza di chi doveva vigilare sull’esatta applicazione di Liturgiam authenticam? Oppure l’istruzione è stata temporaneamente sospesa in occasione dell’approvazione del lezionario italiano? Evidentemente è vero quanto sostenuto dall’articolo di Riposte catholique: in Italia c’è un “efficace gruppo di pressione” che riesce a ottenere quel che vuole, in barba a ogni normativa e a prescindere dai titolari pro tempore della Curia romana. E, aggiungerei, dello stesso Episcopato italiano: già nel lontano 1986 il Card. Giacomo Biffi si lamentava che nell’edizione del Messale italiano del 1983 erano state introdotte alcune nuove preghiere eucaristiche all’insaputa dei vescovi (si veda il mio post del 2 febbraio 2010). È proprio vero: come dice il proverbio, il mondo è di chi se lo piglia.
Q

fidati

PURITÀ D’INTENZIONE



[...] La santa semplicità non ammette in sé altro che il solo gusto di Dio. Sicché la retta intenzione è l'anima delle nostre azioni, che dà loro vita, e fa sì che siano buone.
Avanti agli uomini tanto cresce il prezzo dell'opera, quanto è maggiore la fatica che vi s'impiega; ma avanti a Dio tanto cresce il prezzo dell'opera, quanto cresce la buona intenzione con cui si fa; perché, come dice la Scrittura, gli uomini guardano solamente le opere esterne, ma Dio guarda il cuore, cioè la volontà con cui le fanno
.
("La vera sposa di Gesù Cristo", di S. Alfonso M. De Liguori).

giovedì 23 marzo 2017

preti sposati???

I'm a married Catholic priest who thinks priests shouldn't get married 

 

Con una dispensa del 20 giugno 1980, Giovanni Paolo II permise l'erezione negli Stati Uniti di parrocchie formate da ex anglicani convertiti al cattolicesimo che volevano però conservare alcuni elementi della propria tradizione liturgica. Dispensa che permise anche l'ordinazione di chierici sposati provenienti dalla Chiesa episcopaliana (come viene chiamata la Chiesa anglicana negli Usa) per il servizio appunto in tali comunità.
La prima di queste “provisional parishes” (parrocchie transitorie) fu quella di Our Lady of Atonement, creata nel 1983 nell'arcidiocesi di San Antonio, in Texas. Dove un percorso travagliato, martedì 21 marzo la Santa Sede ha accolto la richiesta di della comunità di entrare a far parte dell'Ordinariato personale della Cattedra di San Pietro, uno degli ordinariati nati dopo la promulgazione nel 2009 della costituzione apostolica Anglicanorum coetibus, per la cura pastorale dei cattolici provenienti dall'anglicanesimo. 
Nel video le suggestive immagini della chiesa di Our Lady of Atonement.

 



My wife and I, we have four children, all younger than 7. Ours is not a quiet house.

A house of screaming and a house of endless snot, it's also a house of love, grown and multiplied every few years. In a house of little sleep, my hobby these days is simply to sit down; fellow parents know what I mean. Just like that loud and beautiful Kelly family gone viral out of South Korea recently, ours is a perfectly normal family, "normal" understood, of course, in relative terms. It's both exhausting and energizing, and I wouldn't trade it for anything. It is the form and gift of my life, my family.
But here's what's strange about us: I'm a Catholic priest. And that is, as you probably know, mostly a celibate species.
Now the discipline of celibacy, as a Christian practice, is an ancient tradition. Its origins belong to the very mists of early Christianity: to the deserts of Egyptian monasticism, the wilds of ancient Christian Syria and to Luke's gospel. For priests, celibacy has been the universal legal norm in the Catholic West since the 12th century and the de facto norm long before that. Saint Ambrose in the fourth century, for example, wrote about married priests, saying they were to be found only in "backwoods" churches, certainly not in the churches of Rome or Milan.



The Whitfield familyYet there have always been, for good reasons, exceptions made, particularly for the sake of Christian unity. The Eastern Catholic Churches, for example, many with married priests, have since early modernity flourished in the Catholic Church. Likewise for me, a convert from Anglicanism. I'm able to be a Catholic priest because of the Pastoral Provision of Saint John Paul II, which was established in the early 1980s. This provision allows men like me, mostly converts from Anglicanism, to be ordained priests, yet only after receiving a dispensation from celibacy from the pope himself. The Ordinariate of the Chair of Saint Peter in the United States, established by Pope Benedict XVI to provide a path for Anglican communities to become Roman Catholic, is another instance of the Church making an exception, allowing for the same dispensations from celibacy to be granted to priests.
But these are exceptions made, as I said, for the sake of Christian unity, because of Jesus' final prayer that his disciples be "one." They do not signal change in the Catholic Church's ancient discipline of clerical celibacy.

Now you might be surprised to know most married Catholic priests are staunch advocates of clerical celibacy. I, for one, don't think the Church should change its discipline here. In fact, I think it would be a very bad idea. Which brings me to my particular bête noire on the subject.
I get that I'm an ecclesiastical zoo exhibit. On my way to celebrate Mass in Saint Peter's in Rome a few years ago, fully vested in my priestly robes, I had to push my boy in the stroller through that ancient basilica as we made our way to the altar. He had a broken leg, and Alli had the other kids to manage; and so there I was pushing the kid and the purse through Saint Peter's, wide-eyed tourists' mouths agape at the sight. It is indeed quite a sight, a life outside the norm.

<br>Even in my own parish, visitors will sometimes sheepishly step forward with curious and concerned questions. "Are those your children?" they'll ask in whispered tones as if it's something scandalous, as my kids hide underneath my vestments as if it's something normal. A zoo exhibit as I said, but I'm happy talking about it, it's not a problem. It's just us: Fr. Whitfield, Alli and all the kids. A perfectly normal, perfectly modern, joyful Catholic family.



But beyond the adorable spectacle, they are the assumptions which follow that frustrate me.
They are very few, of course, who refuse to accept me. Hardened idiosyncratic traditionalists who think they know better than the tradition itself sometimes call it a heresy. This of course is nonsense; to which, when such rare criticisms reach me, I always simply invite them to take it up with the pope. He's the one they should argue with, not me.

Most of the time, however, people see me as some sort of agent of change, the thin end of some wedge, some harbinger of a more enlightened, more modern church. Being a married priest, they assume I'm in favor of opening the priesthood to married men, in favor too perhaps of all sorts of other changes and innovations. This too is an assumption, and not a good one.
Laity who have no real idea of what priesthood entails and even some priests who have no real idea of what married family life entails both assume normalizing married priesthood would bring about a new, better age for the Catholic Church. But it's an assumption with little supporting evidence. One need only look to the clergy shortage in many Protestant churches to see that opening up clerical ranks doesn't necessarily bring about spiritual renaissance or growth at all, the opposite being just as likely.


But more importantly, calls to change the discipline of celibacy are usually either ignorant or forgetful of what the church calls the "spiritual fruit" of celibacy, something largely incomprehensible in this libertine age, but which is nonetheless still true and essential to the work of the church. Now being married certainly helps my priesthood, the insights and sympathies gained as both husband and father are sometimes genuine advantages. But that doesn't call into question the good of clerical celibacy or what my celibate colleagues bring to their ministry. And in any case, it's holiness that matters most, not marriage or celibacy.

But beyond answering all these scattered arguments, what gets overlooked are the actual reasons people like me become Catholic in first place, as well as the actual reason the Catholic Church sometimes allows married men to be ordained. And that's Christian unity, to say it yet again.

When you see a married priest, think about the sacrifices he made for what he believes to be the truth. Think about Christian unity, not change. That's what I wish people would think of when they see me and my family. We became Catholic because my wife and I believe Catholicism is the truth, the fullness of Christianity. And we responded to that truth, which meant (as an Episcopal priest at the time) giving up my livelihood and almost everything I knew. And just as my wife was pregnant with our first child.

Because the Catholic Church believes Christians should be united, it sometimes makes exceptions from its own, even ancient, disciplines and norms, in my case celibacy. My family and I are not test subjects in some sort of trial run put on by the Vatican to see whether married priesthood works. Rather, we're witnesses to the church's empathy and desire for unity. That's what we married priests wish people would see, the Catholicism we fell in love with and made sacrifices for.
And it's a sacrificial life, one my whole family lives, my wife probably most of all. We've never been busier, never more exhausted, but we've also never been happier. Even my kids make sacrifices every day for the church. It's hard sometimes, but we do it, and joyfully; one, because we've got a great parish that gets it, and two, because we're in a church we love and believe in, not a church we want to change.
And that's the thing: I love the church. We married priests love the church, our families love the church. That's why we made such sacrifices to become Catholic. And it's why we love the tradition of clerical celibacy and see no conflict at all with that and our serving as married priests. As Thomas Aquinas said, the church is circumdata varietate, surrounded by variety, a variety bound by charity and truth that only the faithful can see clearly.

Pope Francis' recent comments in Germany on the prospect of permitting married Catholic men to become priests don't bother us. Because we understand him and we belong with him in this tradition of charity and truth. This is the necessary mysticism of it, the mysticism without which it cannot be understood, and the mysticism many pundits upon this subject know nothing about.

And it's also why the church could change its discipline tomorrow, contradicting everything I've just written, and it wouldn't matter. Because again, I love the church, and I appreciate its deeper reasoning. I don't judge the church by the light of popular opinion or even my own opinions, but rather I judge popular opinion as well as my own by the light of the church's teaching. That is, I give the church my obedience, that reviled ancient virtue, a virtue difficult to understand these days. Yet it's the only one whereby to think about things of the church.
So that's us, the Whitfield family: noisy, beautiful, Catholic and complex. And go ahead and throw newspaper columnist in there too, that's not normal either. Yet somehow it all works, and we have faith that it'll somehow keep working. That's about as much sense as I can put to my life, at least as much as I ever could make of it. But really, it's up to the church to make sense of it, not me.

My job simply is to be me, a father, a husband, a priest, and faithful as I can be. And in that, I both fail and succeed every day, more times than I can count. Just like you.
Joshua J. Whitfield is pastoral administrator for St. Rita Catholic Community in Dallas and a frequent columnist for The Dallas Morning News.

mercoledì 22 marzo 2017

sesso oltre lei e lui

La copertina di Time "oltre lei e lui" e il senso dei millennial per il sesso

Il settimanale racconta in un lungo reportage come i ragazzi ridefiniscono il proprio genere. Ma se ognuno può scegliere a che genere appartenere, la realtà non esiste



E voi, cosa siete? C’è ad esempio un giovane che si definisce “transessuale bianco, fisicamente abile, queer non-binario”: e Katy Steinmetz, firma di Time, ricopia zelantemente la verbosa definizione nel lungo articolo di copertina del magazine (foto sotto). L’intero reportage tenta di esplorare, per mezzo di testimonianze dirette e ricostruzioni congetturali, la vasta gamma di combinazioni che consente ai millennial di moltiplicare i generi cui sentono di appartenere fino a un novero iperbolico, che sorpassi perfino le sessanta sessualità alternative disponibili ai nuovi utenti che s’iscrivano a Facebook. Non so però se quest'articolo faccia veramente gioco alla causa. Ne emerge infatti con chiarezza che la questione ormai si è spostata dal piano etico (se sia giusto o sbagliato comportarsi così) addirittura al piano ontologico, divenendo un acceso dibattito sul caso se ciò che uno sente di essere corrisponda o meno alla realtà di ciò che oggettivamente è. Di fatto, è come dibattere se una persona persuasa di essere Napoleone sia in effetti Napoleone oppure sia un matto.

L’articolista definisce questi ragazzi “hyperindividual, you-do-you”, cogliendone un aspetto fondamentale. Il comun denominatore delle loro singole storie non è tanto la non appartenenza a uno dei generi prefissati, vulgo maschio e femmina, ma la ferma convinzione che sia la loro interiorità a plasmare l’esteriorità o, meglio, che il solo modo di conoscere una verità oggettiva riguardo a sé sia la propria stessa sensibilità. Questo crea un paio di problemi. Anzitutto è causa del fatto che ciascuno reputi legge universale ciò che prova individualmente, incorrendo così in talune incongruenze: nell’articolo compare un giovane che pretende di non venire chiamato né col pronome “lui” né col pronome “lei” e si sente a proprio agio solo quando gli danno del “loro”; ma compare anche uno che, per la propria sessualità incerta, è stato definito “esso” e se ne è offeso, preferendo venire identificato col “lui” o col “lei” a seconda. Chi dei due ha torto?

In secondo luogo tale sensibilità individuale viene identificata con l’emotività, tralasciando il discernimento che è la capacità di chi è sensibile di trovare una mediazione fra sentimenti e circostanze. Ciò vincola l’oggettività alle emozioni: “Mi piace essere neutro”, spiega un giovane, sancendo di conseguenza di essere neutro; scelta ammirevole in quanto sarebbe molto vantaggioso, ammetto, che per diventare ricco bastasse l’evenienza che mi piaccia essere ricco. Senza considerare che le emozioni sono per definizione passeggere, come nel caso del giovane che dichiara: “Alcuni giorni sento che il mio genere possa coincidere con quello assegnatomi alla nascita, altri giorni no”. Anche in questo caso ammetto che sarebbe una soluzione geniale sentirmi ricco (e quindi esserlo) alcuni giorni all’anno ma non in quelli in cui devo pagare le tasse, abbattendo l’aliquota.

Questa generazione di giovani superindividuali e autopoietici, strilla Time in copertina, sta ridefinendo il senso del genere. Anche qui bisogna mettersi d’accordo: non su cosa sia il genere, ma su cosa si intenda per “senso”. L’articolo non lo dichiara ma illustra trattarsi di episodi di solipsismo; per quanto diffusi, non sono sufficienti a creare una categoria o peggio ancora una comunità di solipsisti. Si tratta piuttosto di una ridefinizione del senso di oggettività: dall’autorevole studioso al mite compagno di studi, nel parlare della fluidità di genere invale la placida accettazione del fatto che la realtà sia ciò che ciascuno si figura allo scopo di sentirsi bene. “I vostri termini non riflettono la mia realtà”; “Per me va bene essere me, qualsiasi cosa sia”; “Un determinato genere risulta sensato nelle loro teste, quindi va bene”. I millennial sono insomma una generazione che si sottostima: troppo ossessionata dal sesso per accorgersi di essere la generazione che sta dimostrando che solo la soggettività è oggettiva; e che, a ben guardare, l’unico matto era Napoleone.

http://www.ilfoglio.it/bioetica-e-diritti/2017/03/21/news/time-oltre-lui-lei-cosi-i-millenial-scelgono-il-proprio-genere-sessuale-126198/

martedì 21 marzo 2017

l'utero artificiale

Flamigni: cambia il concetto di genitorialità. Lezione a Giurisprudenza

 

 

Martedì 21 Marzo

"Cambia il concetto di genitorialità - bisogna farsene una ragione". Lo ha detto questa mattina all'Università di Trento il professor Carlo Flamigni, massimo esperto di bioetica e fecondazione assistita. Tra breve - ha detto - sarà realtà l'utero artificiale.

http://www.trentinotv.it/news_dettaglio.php?id=19828674


Credo la Chiesa

“Credo la Chiesa una e santa” - Robert card. Sarah 

 

Come già annunciato qui, la sera del 15/03/2017, il Card. Robert Sarah è intervenuto a Trieste, nella Cattedrale di San Giusto martire, sul tema “Credo la Chiesa una e santa” per la serie di incontri della “Cattedra di San Giusto per il tempo di Quaresima 2017”. Ne riprendiamo il testo dalla trascrizione sul sito della diocesi a cura del Vescovo di Trieste, mons. Giampaolo Crepaldi.
 

Cattedra di San Giusto - Cattedrale di San Giusto martire in Trieste, 15 marzo 2017

“Credo la Chiesa una e santa”
Robert card. Sarah

Il tema che mi è stato assegnato per questa meditazione, “Credo la Chiesa una e santa”, si rivolge all’ambito ecclesiologico, portando l’attenzione in particolare su due aspetti essenziali della Santa Chiesa, quali la sua intrinseca unità e la sua incorruttibile santità. Prima di addentrarci a riflettere su tali dottrine, desidero mettere in evidenza la loro cornice ed anche il loro fondamento, che sono dati dalla fede. Che la Chiesa è una e santa, è oggetto della fede cattolica. Il primo vocabolo del titolo della presente meditazione è la parola “Credo”. Sappiamo che il Simbolo della fede Niceno-costantinopolitano, frutto dei primi due concili ecumenici (325 e 381), che recitiamo nelle solennità liturgiche durante la celebrazione dell’Eucaristia, inizia proprio con il verbo “credere”. Nel testo greco originale del Concilio di Nicea I e poi del Costantinopolitano I, i Padri conciliari utilizzarono il plurale: “Noi Crediamo”. La versione liturgica ha adottato il singolare: “Credo in un solo Dio…” con quel che segue.

Queste due espressioni – “crediamo” e “credo” – non si oppongono, anzi si integrano a vicenda ed esprimono due importanti aspetti della fede cattolica. Non c’è o l’“Io credo” oppure il “Noi crediamo”; non c’è opposizione tra la dimensione personale e quella comunitaria della fede. Per questo, il Catechismo della Chiesa Cattolica intitola la sua Prima Sezione esattamente così: «“Io credo” – “Noi crediamo”». E nel capitolo terzo di tale Sezione, intitolato «La risposta dell’uomo a Dio», il Catechismo dedica diverse pagine a spiegare la relazione, all’interno dell’atto di fede, tra l’aspetto personale e quello ecclesiale. Rimandandovi alla rilettura personale di quelle pagine del Catechismo, strumento imprescindibile per la formazione cattolica, qui mi limito a ricordare che l’atto di fede si inserisce sempre nella Chiesa e non può mai essere individualistico. Noi crediamo in Dio; ognuno di noi crede personalmente e non può delegare ad altri l’atto di fede. D’altro canto, noi crediamo la fede della Chiesa, come diciamo nel Rito del Battesimo: «Questa è la nostra fede, questa è la fede della Chiesa, e noi ci gloriamo di professarla». Come si vede, il Rito battesimale non oppone la nostra fede a quella della Chiesa: si tratta dell’unica fede, della stessa fede. E infatti, chiunque crede, lo fa per la mediazione molto concreta e visibile della Chiesa, che custodisce e trasmette la fede. Ciò che noi crediamo proviene dagli Apostoli – questo è certo. Ma in concreto chi ce lo ha insegnato? Innanzitutto la mamma ed il papà, i nonni, il parroco, i catechisti e così via. La mia fede è la fede che mi è stata offerta dalla Chiesa, la quale con l’aiuto dello Spirito Santo la custodisce e tramanda perfettamente intatta per tutti i secoli.

Con queste prime riflessioni siamo di fatto già entrati in ambito ecclesiologico, a partire dal tema del credere, dal tema della fede. Ma c’è un secondo aspetto previo cui desidero fare cenno, sempre collegato con la parola “Credo”, anzi più precisamente con le prime parole: “Credo la Chiesa”. Nel dirle, noi cattolici affermiamo che la Chiesa è un mistero della fede. Se la Chiesa fosse una realtà puramente umana, appartenente al mero ordine naturale e sociale, non potremmo dire “Credo la Chiesa”; dovremmo limitarci ad espressioni di tenore più modesto, come per esempio “Constato che la Chiesa esiste”, o “Vedo che la Chiesa compie certe opere”… In altre parole, saremmo nel campo puramente fenomenico e non nel mondo soprannaturale dei misteri rivelati, i quali sono conosciuti, anzi “riconosciuti” solo dalla fede che si basa sull’autorità di Dio che rivela, e non sono oggetto di mera osservazione né rappresentano la conclusione cui giunge mediante ragionamenti il nostro intelletto.

È indubitabile che la Chiesa possegga anche una componente umana e visibile – che in passato veniva comunemente indicata con la parola “società”. Ma è altrettanto indubitabile che l’essenza della Chiesa non si limita ai soli aspetti visibili, perché anzi, ancor più importanti sono gli aspetti invisibili: il fatto ad esempio che la Chiesa è Sposa di Cristo, o che è il suo Corpo Mistico. Insomma, la Chiesa Cattolica è di certo anche un corpo sociale, osservabile per via storiografica, fenomenologica, sociologica… ma essa è prima di tutto un mistero della fede soprannaturale. Non a caso il primo capitolo della “Costituzione Dogmatica sulla Chiesa” del Concilio Vaticano II, Lumen Gentium, è intitolato proprio così: «Il mistero della Chiesa». La Chiesa è mistero perché proviene dal mistero della Santissima Trinità: popolo radunato dall’unità del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, come diceva l’africano san Cipriano di Cartagine. Ed è mistero perché il suo Fondatore non è Pietro – un uomo – bensì Gesù Cristo, l’Uomo-Dio. Gesù ha fondato la Chiesa sugli Apostoli, in particolare sulla roccia, su Pietro. Ma il Fondatore è Lui, Cristo. La Chiesa, dunque, non appartiene a Pietro. Pietro è solo la roccia sulla quale Gesù edificherà la Sua Chiesa (Cf. Mt 16, 16-18). La Chiesa è di Cristo. per questo crediamo la Chiesa, prolungamento del mistero di Cristo, vero Dio – vero uomo.

Questa osservazione sul carattere misterico della Chiesa è importante, perché non manca oggi una tendenza che vede nella Chiesa una sorta di aggregazione umana – se vogliamo usare la nota descrizione di Papa Francesco: una ONG (Organizzazione Non Governativa). Coloro che intendono la Chiesa in questa prospettiva orizzontalistica, non possono capire le dinamiche nascoste della grazia che fluisce invisibilmente ma realmente (molto realmente e concretamente!) dal Capo, che è Cristo, alle membra del suo Mistico Corpo. Costoro invece vedono nella Chiesa un’associazione benefica, impegnatissima nel risolvere i problemi sociali della fame, della giustizia e della pace, o  una potenza diplomatica, un agente politico e, magari, anche un attore di un certo peso in ambito di finanza internazionale. La componente istituzionale della Chiesa, che ha di certo il suo valore, non esaurisce l’intera essenza della Chiesa. Sebbene i vescovi e il Papa abbiano anche un certo peso politico e diplomatico, sarebbe estremamente riduttivo, anzi sbagliato, considerarli principalmente da questo punto di vista, quasi che essi fossero dei leader mondani, che parlano e agiscono in accordo ad una logica, quando non addirittura ad un’ideologia e ad una agenda umane.

Vorrei condividere qui l’avvertimento, anzi l’ammonizione che, nel mese di ottobre scorso, faceva in modo privato l’imam Yahya Pallavicini, presidente del COREIS[1], professore a l’Università Cattolica ed uno dei più rappresentativi dell’Islam: “La Chiesa nel suo attuale slancio verso i valori della giustizia, dei diritti sociali e della lotta politica o ideologica per sradicare la povertà se dimentica la sua anima contemplativa fallisce la sua missione e verrà abbandonata dai suoi fedeli perché non verrà riconosciuta in essa il suo specifico”.

Il Concilio Vaticano II ci ha ricordato che i vescovi sono successori degli Apostoli, araldi del Vangelo e ministri di Cristo ed amministratori dei misteri di Dio (1Cor 4, 1). Compito della Chiesa e, in particolare, delle sue guide spirituali, non è dunque quello di “formulare un progetto” o di “dettare una linea”, né di “ispirare determinate azioni sociali e politiche”. Questa visione pecca per difetto. La Chiesa al contrario deve, come ricordavo all’inizio, custodire e trasmettere integro il deposito della fede, come dice san Paolo a Timoteo: “Prendi come modello le sane parole che hai udito da me, con la fede e la carità che sono in Cristo Gesù. Custodisci il buon deposito con l’aiuto dello Spirito Santo che abita in noi” (2Tm 1, 13-14). La Chiesa deve celebrare i Sacramenti per la gloria di Dio e la santificazione delle anime, e guidare gli uomini alla vita eterna, ammaestrandoli ed aiutandoli ad osservare i comandamenti del Signore. Sono questi i compiti che Cristo risorto diede infatti agli Apostoli: «Mi è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che io vi ho comandato» (Mt 28,19-20). È per svolgere questi compiti, e non altri inventati da noi e ritenuti più graditi alla mentalità secolare, che Cristo conclude assicurando alla Chiesa il suo costante aiuto: «Ecco io sono con voi tutti i giorni, sino alla fine del mondo». Cristo è con la Chiesa, “opera insieme a noi” (cf. Mc 16,20), quando noi rimaniamo fedeli all’indole della Chiesa ed alla sua missione.

Tutto ciò sottolinea il primato della grazia divina. Se la Chiesa è ciò che è, essa lo deve innanzitutto al dono gratuito e soprannaturale di Dio. Certo, questo dono diventa subito e sempre anche un compito a noi affidato. Ma ciò avviene sempre dopo. La grazia è innanzitutto preveniente: la Chiesa nasce per un’iniziativa gratuita di Dio, non per nostro merito. La grazia poi, accompagna: se noi rispondiamo positivamente alla vocazione ecclesiale, lo facciamo liberamente – certo – ma sempre e solo sotto l’influsso della grazia. Infine, la grazia porta a compimento, porta al fine ultimo, cioè alla salvezza eterna, questo nostro sforzo di cooperare con Dio in quanto suo Popolo eletto. È proprio questo mistero della grazia che spiega anche le caratteristiche di cui Cristo ha voluto adornare la sua mistica Sposa. Di solito, in molte culture che posseggono simile tradizione, il corredo e la dote della sposa vengono approntati dai suoi genitori, in altre culture il corredo e la dote sono provveduti dal futuro sposo. Nel nostro caso, invece, siccome Cristo è sia Sposo, sia Fondatore, cioè Creatore della Chiesa, Egli stesso ha provveduto la dote ed il corredo mistico della sua Amata. Nel fondare la Chiesa, Cristo Signore l’ha dotata di una gran quantità di doni e di caratteristiche, che sono necessari allo svolgimento della missione apostolica, in vista della salvezza delle anime la quale, come ricorda nella sua conclusione il Codice di Diritto Canonico, rimane la legge suprema nella Chiesa.

Orbene, nel ricco corredo, nell’ampia dote che Cristo ha preparato per la Chiesa, troviamo anche quattro caratteristiche di grande rilievo, al punto da essere messe in evidenza nel già menzionato Simbolo della fede Niceno-costantinopolitano. I teologi le chiamano “note” o “proprietà” della Chiesa e questo perché manifestano la Chiesa Cattolica, distinguendola da altre realtà – e in questo senso si chiamano “note”, perché la rendono nota, conosciuta. Inoltre si chiamano proprietà, perché sono elementi essenziali della natura della Chiesa, ragion per cui dove c’è la vera Chiesa, ci sono sempre anche queste proprietà. Il Simbolo della fede ne enumera quattro: Una, Santa, Cattolica ed Apostolica. È da ricordare, tuttavia, che vi sono numerose altre note individuate dai teologi. Ad esempio, i grandi teologi controriformisti Johannes Eck, Stanislao Osio e san Roberto Bellarmino, Dottore della Chiesa, enumeravano nei loro trattati una quindicina di note ecclesiologiche, al punto tale che si sviluppò nella teologia dell’epoca persino una via notarum, cioè un modo per contrastare la visione protestante sulla Chiesa proprio attraverso lo studio e l’illustrazione delle note proprie alla vera Chiesa di Cristo.

Ma lasciamo da parte queste pur interessanti informazioni e torniamo a dedicarci ad una riflessione teologica di carattere più meditativo e sapienziale, come abbiamo fatto sin qui. Vorrei innanzitutto osservare che le quattro note principali della Chiesa sono tra loro chiaramente distinte, eppure vanno sempre insieme, perché sono in relazione di unità organica, come le membra in un organismo. Possiamo, certo, distinguere il braccio dalla gamba, ma l’organismo sano e integro li possiede sempre entrambi. Così è delle proprietà della Chiesa. Ad esempio, la nota della santità e dell’unità – di cui qui ci interessiamo in particolare – sono distinte, ma non sono separabili. A livello esemplificativo, possiamo notare che non ci può essere un cristiano che viva volontariamente in peccato mortale, ossia che non sia santo, e pretenda tuttavia di essere pienamente inserito nell’unità soprannaturale della Santa Chiesa. Chi pecca gravemente, si separa da Dio e da Cristo e, per questo, sebbene non a livello formale e canonico (non è scomunicato), si separa dalla Chiesa a livello soprannaturale. Perciò il Concilio Vaticano II ha ricordato che con il Sacramento della Penitenza il peccatore perdonato ritorna in comunione, cioè in unità soprannaturale, sia con Dio sia con la Comunità ecclesiale, dai quali si era allontanato per la sua ribellione[2]. L’unità delle note ecclesiologiche, come si intuisce, andrebbe tenuta presente, pertanto, anche quando si affrontano temi legati all’ammissione dei fedeli alla ricezione dei Sacramenti.

Una seconda osservazione generale sulle note della Chiesa consiste nel riprendere quanto prima ho solo accennato: ogni proprietà ecclesiologica è sempre sia dono divino, sia compito a noi affidato. Che la Chiesa sia una è merito e dono di Cristo, non nostro. Questa unità costitutiva rappresenta però anche un appello alla nostra responsabilità, nell’impedire le divisioni tra noi. Soprattutto le divisioni dottrinali, morali, liturgiche, disciplinari, divisioni nella Fede e nella Carità. Analogamente, la santità della Chiesa è dono di Cristo, ma si capisce che anche noi siamo chiamati ad impegnarci nella nostra santificazione. “Perché questa è la volontà di Dio, la vostra santificazione” (1Ts 4, 3). E così via. Il Catechismo si esprime al riguardo con queste parole:«È Cristo che, per mezzo dello Spirito Santo, concede alla sua Chiesa di essere Una, Santa, Cattolica e Apostolica, ed è ancora Lui che la chiama a realizzare ciascuna di queste caratteristiche»[3].

Passiamo ora a meditare sulle due prime note menzionate dal Simbolo della fede: la Chiesa è una e santa. La radice e la ragione dell’unità della Chiesa è innanzitutto la Santissima Trinità. “Che stupendo mistero! Vi è un solo Padre dell’universo, un solo Logos dell’universo e anche un solo Spirito Santo, ovunque identico; vi è anche una sola vergine divenuta madre, e io amo chiamarla Chiesa” scrive San Clemente d’Alessandria (Paedagogus, 1, 6)[4]. Il Decreto sull’Ecumenismo del Concilio Vaticano II, Unitatis Redintegratio, al n. 2 insegna: «Il supremo modello e principio di questo mistero [della Chiesa] è l’unita nella Trinità delle Persone di un solo Dio Padre e Figlio nello Spirito Santo». Lo stesso testo, poi, attribuisce allo Spirito Santo un ruolo particolare nella preservazione di questa unità soprannaturale, dicendo: «Lo Spirito Santo, che abita nei credenti e riempie e regge tutta la Chiesa, produce quella meravigliosa comunione dei fedeli e tanto intimamente tutti unisce in Cristo da essere il principio dell’unità della Chiesa». Il Battesimo, innestandoci in Cristo, ci dona l’unità del suo Corpo Mistico: «Noi tutti siamo stati battezzati mediante un solo Spirito in un solo Corpo, giudei o greci, schiavi o liberi; e tutti siamo stati dissetati da un solo Spirito» (1Cor 12,13); «Un solo Corpo e un solo Spirito, come una sola è la speranza alla quale siete stati chiamati, quella della vostra vocazione; un solo Signore, una sola fede, un solo Battesimo» (Ef 4,4-5).

Oltre agli agenti principali dell’unità, che sono le Tre Persone divine, alla Chiesa sono stati donati anche agenti umani, in particolare gli Apostoli, che sono segno e strumento dell’unità nella Chiesa. Qui si nota che l’unità, da dono, diventa compito, dovere e responsabilità. È nell’unione con gli Apostoli e con i loro successori che si manifesta e si preserva il dono della Chiesa una. Ancora il mio conterraneo san Cipriano di Cartagine, verso l’anno 250 ha scritto queste celebri parole:
Habere iam non potest Deum Patrem, qui Ecclesiam non habet matrem. Si potuit evadere quisque extra arcam Noe fuit, et qui extra Ecclesiam foris fuerit evadet – Non può avere Dio per Padre chi non ha la Chiesa per madre. Se si fosse potuto salvare qualcuno fuori dell’arca di Noè, si potrebbe salvare qualcuno anche fuori della Chiesa[5].
Vi è un’unità costitutiva della Chiesa Cattolica e questa unità è anche salvifica: chi permane in essa, sarà salvato. In base a questa convinzione, nella sua Epistula 51, 2 – inviata a papa Cornelio (251-253) – lo stesso San Cipriano scrive: «C’e una sola Chiesa Cattolica, che non potrà essere né spaccata, né divisa». Sorprende questa salda convinzione, in un’epoca in cui c’erano molte divisioni e scismi tra i cristiani. Ma Cipriano attesta con le sue parole la certezza della nostra fede cattolica nell’unità della Chiesa: nonostante le tante e dolorose divisioni tra i cristiani, non c’è e non può mai esistere la divisione della Chiesa[6]. I cristiani, sì: si dividono. È accaduto tante volte, purtroppo, nella storia. Ma la Chiesa è una. Ciò che non può essere diviso in se stesso (la Chiesa), può risultare lamentabilmente diviso in noi.

Come si intuisce, l’unità della Chiesa è dunque un fatto permanente ed inscalfibile; verrebbe da dire che è un dato  “trascendente”, “metafisico”, nel senso che non è il frutto dello sviluppo storico. Dalla sua nascita al momento del cuore trafitto di Cristo morto sulla croce per la nostra salvezza, l’unità della Chiesa è davvero un dono di Dio tramite lo Spirito Santo[7]. Se l’unità ecclesiale fosse punto di arrivo e non punto di partenza della Chiesa, si dovrebbe pensare che tale unità sarebbe il frutto dell’unione, o della federazione di diverse Chiese e gruppi cristiani. Questa concezione federativa è però estranea alla dottrina ecclesiologica cattolica, che infatti l’ha respinta in diverse occasioni. La Chiesa è una ed unica sin dal suo sorgere e tale rimane per grazia di Cristo, nonostante tutto.

Essendo chiaramente un dato oggettivo e non una realizzazione storica progressiva, l’unità della Chiesa possiede anche elementi oggettivi e non soltanto soggettivi per essere riconosciuta e vissuta. Gli elementi oggettivi dell’unità sono indicati sinteticamente in un brano degli Atti degli Apostoli:
[I cristiani] erano perseveranti nell’insegnamento degli Apostoli e nella comunione, nello spezzare il pane e nelle preghiere. Un senso di timore era in tutti, e prodigi e segni avvenivano per opera degli Apostoli. Tutti i credenti stavano insieme e avevano ogni cosa in comune; vendevano le loro proprietà e sostanze e le dividevano con tutti, secondo il bisogno di ciascuno. Ogni giorno erano perseveranti insieme nel Tempio e, spezzando il pane nelle case, prendevano cibo con letizia e semplicità di cuore, lodando Dio e godendo il favore di tutto il popolo. Intanto il Signore ogni giorno aggiungeva alla comunità quelli che erano salvati. (At 2,42-47)
Come si nota, i sentimenti, quali la «letizia», la gioia o il «senso di timore», non bastano a caratterizzare la comunione della Chiesa. San Luca sottolinea gli elementi oggettivi della comunione: l’insegnamento apostolico (unità di fede), la preghiera e particolarmente la Liturgia Eucaristica (unità di Culto), la vita comune con i concreti atti che ne conseguono (unità di carità). Non vive dunque nell’unità comunionale della Chiesa chi desidera farne parte, ma chi è inserito in questi elementi oggettivi dell’unità. Non è estraneo ai nostri giorni, nell’animo anche di molti cattolici, un certo sentimentalismo ecclesiologico, per cui l’unità viene capita come un “volersi bene”, un “camminare insieme”, un coltivare “bei sentimenti di accoglienza” verso gli altri. Certo, volersi bene è importante, ma ancora non basta. Ognuno di noi può fare l’esperienza di provare buoni sentimenti di amicizia e di volere bene ad un amico che pratica un’altra religione, o che fosse persino agnostico o ateo. Tali sentimenti, pur lodevoli, di certo non costituirebbero motivo sufficiente per ritenere che entrambi apparteniamo all’unità della Chiesa. Ci vogliono elementi oggettivi, quali il Battesimo, la professione della stessa dottrina di fede, l’ubbidienza ai legittimi pastori, ecc. Solo in base ad elementi certi, oggettivi ed anche esternamente verificabili, possiamo dire di far sviluppare anche in noi questo dono dell’unità. Allora, e solo a queste condizioni, siamo uno nella Chiesa una. Un altro esempio riguarda il caso, già prima accennato, di chi commette peccato mortale. Non basterebbe a costui un vago sentimento di volersi convertire in teoria, ma non in pratica. Ci vuole una vera conversione ed un reale, effettivo ed oggettivo ritorno all’unità mistica ecclesiale, che si concretizza in un segno esternamente verificabile, come è il Sacramento della Confessione. Con questo secondo esempio, tocchiamo il tema della santità, intimamente connesso a quello dell’unità, come si è detto.

Il Concilio Vaticano II insegna che «La Chiesa […] è per fede creduta indefettibilmente santa. Infatti Cristo, Figlio di Dio, il quale col Padre e lo Spirito Santo è proclamato “il solo Santo”, amò la sua Chiesa come sua Sposa e diede Se stesso per essa, al fine di santificarla (cf. Ef 5,25-26) e la congiunse a Sé come suo Corpo e l’ha riempita del dono dello Spirito Santo, per la gloria di Dio. Perciò tutti nella Chiesa, sia che appartengano alla gerarchia, sia che siano retti da essa, sono chiamati alla santità, secondo il detto dell’Apostolo: « certo la volontà di Dio è questa, che vi santifichiate»[8] (1Ts 4,3; cfr. Ef 1,4). L’avverbio “indefettibilmente” attrae la nostra attenzione: significa che questa qualità della Chiesa, la santità, al pari dell’unità rimarrà integra sino alla fine dei tempi, ossia fin quando sussisterà la stessa Chiesa. Possiamo inventare delle eresie, trafficare la Parola di Dio per renderla più accettabile al mondo secolarizzato e decadente, possiamo infangare la Chiesa con le nostre corruzioni umane, ma la Chiesa di Cristo rimarrà indefettibilmente Santa.

Nella prerogativa della santità, si rispecchia la natura di Dio stesso e di Cristo Gesù. Nella Bibbia, “santo” in senso primario ed assoluto è Dio solo. Ricordiamo il canto dei Serafini, contemplati dal profeta Isaia. Essi eternamente stanno dinanzi al trono di Dio cantando l’inno trisagio. Isaia descrive in questi termini la visione:
Nell’anno in cui morì il re Ozia, io vidi il Signore seduto su un trono alto ed elevato; i lembi del suo manto riempivano il Tempio. Sopra di Lui stavano dei Serafini; ognuno aveva sei ali: con due si copriva la faccia, con due si copriva i piedi e con due volava. Proclamavano l’uno all’altro, dicendo: «Santo, santo, santo il Signore degli eserciti! Tutta la terra è piena della sua gloria». Vibravano gli stipiti delle porte al risuonare di quella voce, mentre il Tempio si riempiva di fumo. (Is 6,1-4)
Dinanzi alla maestosità di simile visione, il profeta si sente venir meno. In particolare, lo colpisce il contrasto tra la sua piccolezza, il suo stato di misero uomo e cioè di peccatore, e la santità perfetta dell’Onnipotente. Perciò Isaia prorompe nel grido: «Ohimè! Io sono perduto, perché un uomo dalle labbra impure io sono e in mezzo a un popolo dalle labbra impure io abito; eppure i miei occhi hanno visto il Re, il Signore degli eserciti» (v. 5).

L’uomo non può accostarsi a cuor leggero e senza stupore e tremore al Dio tre volte Santo. È anzi necessario che noi stiamo davanti al Signore sempre prostrati, in ginocchio ed in spirito di adorazione, di sacro e santo timore, nonché di profondissimo rispetto. Per questo Mosè dovette togliersi i sandali prima di potersi avvicinare al Roveto ardente (cf. Es 3,5). Ricordiamo ancora che il Nuovo Testamento usa per la nostra parola «santo», il termine greco hagios che deriva dal verbo haxiomai, cioè «rabbrividire». Troviamo quindi una continuità di insegnamento tra Antico e Nuovo Testamento: dinanzi alla santità trascendente di Dio, l’uomo deve rabbrividire, deve cioè assumere un contegno rispettoso e adorante, deve lasciarsi bruciare dal roveto ardente, dal fuoco dell’Amore di Dio e stare in silenzio ed in contemplazione.

Nel Nuovo Testamento si aggiunge però anche una componente di maggior prossimità di Dio all’uomo. Lo vediamo ad esempio nell’istituzione dell’Eucaristia: segno che Dio vuole stare sempre vicino a noi, anzi diventiamo la dimora di Dio, il tempio della Santissima Trinità. Per questo un bel libro dell’allora cardinale Joseph Ratzinger, dedicato a meditazioni eucaristiche, si intitolava in tedesco Gott ist uns nah, Dio ci è vicino. Rimane però anche nel Nuovo Testamento la dimensione della santità di Dio, che va rispettata, amata ed adorata. Per questo, anche dinanzi alla celebrazione ecclesiale dell’Eucaristia, è importante che all’amore per il Signore che si offre al Padre per noi e che rimane con noi nell’Ostia consacrata, si impronti anche la nostra rispettosa condotta verso il dono eucaristico. La maggiore vicinanza della santità di Dio a noi, non può comportare una diminuzione del senso adorante e rispettoso. Al contrario, dovrebbe alimentarli. Scriveva al rispetto san Giovanni Paolo II:
Se la logica del «convito» ispira familiarità, la Chiesa non ha mai ceduto alla tentazione di banalizzare questa «dimestichezza» col suo Sposo dimenticando che Egli è anche il suo Signore e che il «convito» resta pur sempre un convito sacrificale, segnato dal sangue versato sul Golgota. Il convito eucaristico è davvero convito «sacro», in cui la semplicità dei segni nasconde l’abisso della santità di Dio […]. Sull’onda di questo elevato senso del mistero, si comprende come la fede della Chiesa nel Mistero eucaristico si sia espressa nella storia non solo attraverso l’istanza di un interiore atteggiamento di devozione, ma anche attraverso una serie di espressioni esterne, volte a evocare e sottolineare la grandezza dell’evento celebrato[9].
Anzi l’Eucaristia che celebriamo ci trasforma radicalmente. Diventiamo “Ipse Christus, il Cristo stesso”. L’Eucaristia ci fa diventare una sola cosa con Cristo. La dinamica di questo cambiamento radicale effettuato in noi, è stato illustrato magnificamente da Papa Benedetto XVI:
“L’Eucaristia ci attira nell’atto oblativo di Gesù. Noi non riceviamo soltanto in modo statico il Logos incarnato, ma veniamo coinvolti nella dinamica della sua donazione ». Egli «ci attira dentro di sé». La conversione sostanziale del pane e del vino nel suo corpo e nel suo sangue pone dentro la creazione il principio di un cambiamento radicale, come una sorta di «fissione nucleare», per usare un’immagine a noi oggi ben nota, portata nel più intimo dell’essere, un cambiamento destinato a suscitare un processo di trasformazione della realtà[10]” .
Soprattutto attraverso l’Eucaristia, Cristo, Uomo e Dio, partecipa la sua santità alla Chiesa, sua Sposa e suo Corpo Mistico. La santità oggettiva della Chiesa, come la sua unità, è dono di Cristo. Per questo il Nuovo Testamento chiama i fedeli cristiani, ossia i battezzati, semplicemente i «santi», ossia coloro che hanno ricevuto in dono la santità.

Qui conviene fare una breve riflessione. Ai nostri giorni si parla tanto di santità, anche se a volte si usano espressioni diverse, come ad esempio, «testimonianza», «martyria», o altre parole simili. Questo perché il Concilio Vaticano II ha ricordato che nella Chiesa tutti i battezzati sono chiamati alla santità e non solo alcune classi di fedeli, quali ad esempio i monaci o i ministri ordinati[11]. Chiaramente questo insegnamento è assolutamente veritiero. Bisogna però ricordare che la santità del cristiano – al pari della nota ecclesiologica corrispondente – è sia dono che compito. Cioè è una santità innanzitutto donata e poi anche vissuta con il nostro libero impegno personale. Prima di tutto c’è il dono oggettivo: la grazia della santità, dataci già all’inizio della nostra vita cristiana, mediante il Battesimo. Per questo motivo, è necessario ricordare che la santità è sì, certamente, anche una meta da raggiungere con il nostro sforzo. Ma prima di questo, la santità è il punto di partenza. Prima di essere culmen, momento finale e apicale della vita del cristiano; essa è fons, sorgente da cui scaturisce anche la possibilità per me di essere santo. Siamo santi perché il Signore è santo e ci dona gratuitamente, prima di ogni nostro merito, la santità. Solo in seguito a ciò, noi possiamo e dobbiamo mantenerci e crescere nella santità. D’altro canto, è risaputo che simile sforzo è possibile solo con l’aiuto della grazia divina, che precede, accompagna e porta a compimento la nostra libera cooperazione, come già si notava in precedenza.

Tutto ciò va detto perché ai nostri giorni, assieme alla corretta sottolineatura del fatto che tutti i battezzati ricevono la vocazione alla santità, è subentrata anche una visione meno corretta, che suggerisce che la santità è il risultato della nostra azione. È anche questo. Ma non è solo questo, né è principalmente. Prima di tutto è la santità di Dio in noi. Di conseguenza, essere santi, più che raggiungere una santità che è alla fine del percorso, significa custodire e difendere dagli attacchi del Maligno la santità che è già dentro di noi, nonché crescere e portare frutto in essa.

E così, possiamo capire ancora una volta che la morale cristiana non coincide con il volontarismo, con il senso del dovere, con il puro impegno solidale: cose spesso lodevoli – sia chiaro – ma che rimangono su un piano naturale. Per noi cristiani la morale parte da Dio, dal suo dono di santità in noi; ci vuole Santi come Lui, nostro Padre, è Santo: uno splendido e terribile dono al quale il Signore ci invita a corrispondere liberamente. Pertanto, i valori morali non sono luoghi utopici, irraggiungibili in concreto. Ciò potrebbe essere se la santità consistesse nell’asintotico procedere verso un fine perfetto, che non fosse però alla nostra portata. In simile prospettiva, i valori morali, e anche i comandamenti divini, rimarrebbero un ideale irraggiungibile o delle indicazioni di direzione, degli orientamenti, ma non mete possibili. Invece, i comandamenti ed i valori possono e devono essere vissuti in concreto, proprio perché viverli non significa tanto raggiungerli, quanto accoglierli, accettarli e custodirli, perché già ci sono stati dati. Il compito è espressione del dono. Ad esempio, si sente oggi dire che la fedeltà degli sposi e l’indissolubilità del matrimonio sono bellissimi ideali che però in concreto, almeno in certi casi, non è possibile attuare. In realtà, è necessario pensare in modo opposto, dato che la fedeltà e l’indissolubilità non sono frutto dell’impegno degli sposi: esse sono già date, molto concretamente e realmente, all’inizio della vita coniugale, mediante il Sacramento del Matrimonio. Non c’è nulla da raggiungere; è già donato. L’impegno necessario degli sposi consisterà piuttosto nel custodire con amore, con fedeltà ed in modo integro tali doni, giorno dopo giorno, senza permettere al Maligno e al mondo di portarseli via.

La nota della santità della Chiesa, poi, è alla base anche della ben nota dottrina della «Comunione dei santi». Nei primi secoli con la parola “santi” usata in questa espressione, si intendevano piuttosto gli uomini santi delle origini, in particolare gli Apostoli. Perciò inizialmente Comunione dei santi indica il legame con i primi uomini scelti da Cristo. In questo senso, la nota della santità si collega con quella della apostolicità. Nel Medioevo, poi, con “santi” si intendono le “cose sante”, in particolare i Sacramenti. Quindi si mantiene la comunione ecclesiale per la comune partecipazione agli stessi santi Segni. I Segni santi confermano la Chiesa nella sua santità, così come, nel primo significato dell’espressione, la comune dottrina della fede, che ci viene dagli Apostoli, santifica i credenti nella verità. Questi due modi di intendere l’espressione non vanno contrapposti, perché sono entrambi veri. Per rimanere e crescere nella santità, la Chiesa ha bisogno sia della sana dottrina apostolica, sia della grazia oggettivamente prodotta dai Sacramenti. Nella dottrina e nei Sacramenti ci viene sempre di nuovo ridonata quella santità oggettiva della Chiesa, che partecipata a noi diventa santità soggettiva dei credenti. E siccome questa santità che ci è data è in se stessa incorruttibile, perché nonostante i nostri peccati, la Chiesa rimane sempre Santa, dobbiamo sforzarci, con l’aiuto di Dio, di non rovinare in noi ciò che non può essere scalfito in se stesso. Cioè, dobbiamo custodire la nostra santità personale, per evitare che la santità oggettiva della Chiesa, la quale non è toccata dalle nostre mancanze, sia cionondimeno messa in dubbio da coloro che, vedendo la nostra pochezza, sono tentati di attribuirla alla Chiesa in quanto tale. Ecco perché sant’Ambrogio ci ammonisce dicendo che quando pecchiamo «Non in se stessa [..] è ferita la Chiesa, ma in noi». Ma proprio per questo, continua il grande Vescovo di Milano, «facciamo attenzione affinché la nostra caduta non divenga una ferita per la Chiesa»[12].

Cari fratelli, a conclusione di questa meditazione, non mi resta che augurare a me ed a voi tutti, a questa Chiesa diocesana di Trieste, al suo Vescovo, ai suoi sacerdoti e a tutti i suoi battezzati, che possiamo permanere sempre nell’unità e santità della Chiesa Cattolica, questa meravigliosa, soprannaturale Famiglia di Dio, alla quale il Signore, senza alcun nostro previo merito, ci ha chiamati come membra vive. Chiediamo al Signore, per intercessione di Maria Santissima e di san Giuseppe, Patrono della Chiesa Universale, di cui tra pochi giorni celebreremo la solennità liturgica, questa grazia: che il dono oggettivo dell’unità e della santità della Chiesa siano sempre ben custoditi in noi e portino frutti abbondanti che maturino per la vita eterna.
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[1] Comunità Religiosa Islamica
[2] Cf. Lumen Gentium, n. 11
[3] CCC n. 811
[4] CCC n. 813
[5] San Cipriano, De unitate Ecclesiae, 6
[6] Anche a Roma, il sacerdote teologo Novatus, si è opposto al Papa Cornelio per la sua troppa misericordia e il recupero e la riconciliazione dei cristiani che avevano ceduto alle persecuzioni. Si è fatto eleggere papa formando così gli scismatici novaziani. Papa Cornelio, confortato dalla solidarietà di San Cipriano, è morto a Civitavecchia dove è stato esiliato dall’imperatore Gallo nel 253, e fu sepolto nel cimitero di San Callisto.
[7] Cf. CCC n. 766
[8] Lumen Gentium, n. 39
[9] Giovanni Paolo II, Ecclesia de Eucharistia, n. 48-49
[10] Benedetto XVI, Esortazione Apostolica post sinodale Sacramentum Caritatis n. 11, 22 febbraio 2007.
[11] Cf. Lumen Gentium nn. 39-41

[12] Sant’Ambrogio, De virginitate, 48