sabato 29 aprile 2017

Dio è morto in Olanda

Dio è morto in Olanda (ma non per i giovani e gli adulti convertiti)


Willem Jacobus Eijk è arcivescovo di Utrecht e primate di Olanda dal 2008 e cardinale dal 2012. Il suo compito non è facile: è responsabile di una Chiesa che negli ultimi anni si è molto ridotta numericamente, ha fatto i conti con un impetuoso processo di secolarizzazione e ha conosciuto polemiche interne, che però si sono molto affievolite negli ultimi anni. I cattolici olandesi sono scesi da 5,5 milioni che erano nel 1990 a un po’ meno di 4 milioni oggi, e dal 37 al 23 per cento della popolazione. Laureato in medicina con una tesi sull’eutanasia e in filosofia, il cardinale Eijk è stato ordinato sacerdote nel 1985. Ha accettato di rilasciare un’ampia intervista all’inviato di Tempi in Olanda. 

Eminenza, secondo uno studio delle Nazioni Unite l’Olanda è il sesto paese più felice del mondo. Dall’interno si vede la stessa cosa? Gli olandesi sono felici oggi?
Molto dipende dai criteri che in queste indagini si usano per arrivare alle conclusioni. Secondo un rapporto di un ente ufficiale olandese, l’Ufficio per la pianificazione sociale e culturale (Scp), due terzi degli olandesi sono pessimisti, pensano che il paese stia andando nella direzione sbagliata. C’è un sentimento diffuso che negli ultimi anni l’Olanda sia peggiorata. Si lamenta un imbarbarimento dei costumi, del modo in cui le persone si trattano. Nelle discussioni pubbliche volano facilmente insulti, anche in parlamento, e si respira un clima di intolleranza. Una parte crescente della popolazione è convinta che lo Stato faccia troppo per gli immigrati e troppo poco per gli olandesi autoctoni. Alcuni sono colpiti da una povertà strisciante. L’Olanda è un paese benestante, certo, e questa ricchezza è certamente uno dei motivi che ha fatto dire all’Onu che gli olandesi sono fra i più felici al mondo. Ma non tutti in questi ultimi anni hanno approfittato della ripresa dell’economia: i gruppi di popolazione meno istruiti hanno conosciuto un impoverimento. Noi Chiese stiamo facendo sempre di più per le famiglie povere, quelle nelle quali sia il padre che la madre sono rimasti disoccupati. Lo Stato fa sempre meno per queste persone, le risorse per l’assistenza sociale sono diminuite, e il risultato è che il numero delle persone che non riescono più a pagare l’affitto o le bollette è aumentato. Una parte della popolazione sta diventando sempre più ricca, ha nelle mani la maggior parte dei mezzi finanziari, mentre un’altra parte sta diventando sempre più povera ed è sempre più irritata perché vede che altri stanno approfittando di questo. Dentro a questa situazione cresce la sfiducia verso l’elite politica: una parte della popolazione pensa che i politici non facciano nulla per loro e che non possano nemmeno provare a farlo perché l’Olanda ha perso una parte della sua sovranità devolvendola alla Ue.


Qual è oggi la caratteristica della società olandese che le è più di conforto, e qual è la caratteristica della società olandese che la preoccupa di più?
Gli olandesi sono generosi, vogliono soccorrere i più sfortunati. In questo momento si sta svolgendo una grande raccolta di fondi per le vittime della carestia nel Sud Sudan, organizzazione cristiane e non si sono coalizzate in questa iniziativa. D’altra parte ci sono cose che mi rendono triste: la mancanza di fede nella nostra società e la relativa perdita di valori etici connessi alla fede e al buon senso. Si può costatare che nel nostro paese che il rispetto per la vita umana sta diventando sempre meno. Un altro campo in cui si può essere preoccupati è quello del matrimonio: pochi si sposano, in chiesa o civilmente.

Come in molti altri paesi europei, la fede e la pratica religiosa sono molto diminuite in Olanda Secondo l’edizione 2016 dell’inchiesta “Dio in Olanda” la somma degli atei e degli agnostici rappresenta quasi il 60 per cento della popolazione olandese, e per la prima volta il numero degli atei dichiarati ha superato quello di coloro che credono nell’esistenza di un Dio personale. Secondo lei qual è stato il fattore più importante che ha innescato la tendenza al ribasso del numero dei credenti e della pratica religiosa? Si tratta di cause legate alle Chiese, quindi alla teologia liberale e alla pastorale legata a questa impostazione, oppure si tratta della pressione generale della società che enfatizza e impone i valori secolari?
Il fattore più importante secondo me è la cultura. I primi segni di una secolarizzazione tra i cattolici in Olanda si potevano già osservare negli anni Venti e Trenta del secolo scorso. Nelle grandi città c’erano già cattolici che non andavano più in chiesa, che non facevano più battezzare i figli. Il fenomeno si è intensificato dopo la Seconda Guerra mondiale. Nell’ottobre 1947 c’è stato un simposio nel seminario minore dell’arcidiocesi di Utrecht nel quale alcuni preti e laici si sono radunati per studiare questo problema. Hanno parlato dei problemi della pastorale e hanno formulato la previsione che un grande numero di battezzati avrebbe lasciato la Chiesa in modo silenzioso nei decenni che sarebbero seguiti. Hanno avuto ragione, perché vent’anni dopo la Chiesa olandese s’è svuotata in modo molto rapido. Nel 1947 avevano già costatato che molti cattolici mantenevano con la Chiesa un legame piuttosto etico-sociale, ma non erano interessati alle verità di fede. Si viveva dentro a una rete di organizzazioni cattoliche, però mancava una vita personale di preghiera, una propria spiritualità.
 

Karol Wojtyla visitò il nostro paese alla fine degli anni Quaranta, quando faceva la sua tesi di laurea all’università di Lovanio, nel vicino Belgio, e pur esprimendo ammirazione per le vaste strutture e l’organizzazione della Chiesa cattolica, osservò una mancanza di una vita spirituale, di un legame personale con Cristo. Costatò che la Chiesa cattolica in Olanda era unita e si batteva contro i protestanti, ma era un’unità puramente in negativo, mentre era carente la fede personale. Tutti questi fattori sono diventati la causa della crisi grave che la Chiesa olandese ha vissuto a partire dagli anni Sessanta, nei negli anni è sorto il fenomeno dell’individualismo. La grande prosperità che è iniziata allora metteva una persona in grado di vivere abbastanza indipendentemente da altri, e questo ha condotto a un individualismo molto forte, esagerato, che conosciamo adesso nel nostro paese. L’individualista è una persona autoreferenziale, convinta di avere non solo il diritto ma il dovere di costruire da sé il proprio essere e i propri valori etici. Non cerca punti di riferimento negli altri, in realtà e strutture che lo trascendono, ma solo in se stesso. E questo individuo è chiuso in se stesso, non si apre a un Dio trascendente e nemmeno a una comunità di fedeli, che è l’essenza della Chiesa. Tutti questi fattori hanno condotto alla grave crisi della fede e della vita della Chiesa cattolica oggi.
 

Anche i teologi hanno vissuto questa evoluzione, sono diventati sempre più liberali. L’hanno subìta molto più di quanto l’hanno prodotta. Edward Schillebeeckx, per esempio, da professore di dogmatica all’università di Nimega negli anni Cinquanta era abbastanza ortodosso, solo dal 1965 si è dimostrato un fautore delle nuove correnti teologiche. I teologi hanno seguito il cambiamento della cultura più di quanto abbiano influito su di esso. C’è stato insomma il concorso di molteplici fattori, il cui risultato è che la catechesi è mancata nella Chiesa cattolica nell’ultimo mezzo secolo. Io ho frequentato un liceo scientifico di religiosi ad Amsterdam, e i primi anni, dal ’65 al ’67, ho ricevuto una bella catechesi, soprattutto biblica. Ci hanno promesso che avrebbero trattato i sacramenti a partire dal terzo anno, ma non l’hanno mai fatto. Gli insegnanti di religione erano ancora preti, ma c’erano discussioni su Che Guevara, sui temi di quell’epoca, e niente più di religione. Ho scoperto e mantenuto la vocazione sacerdotale grazie al parroco della mia cittadina di nascita presso Amsterdam, una persona molto sensibile. In genere nella scuola cattolica mancava la catechesi, e questo è fino ad oggi un problema.
Nelle parrocchie non si fa catechesi?
Adesso si fa soltanto la preparazione alla Prima comunione e alla Cresima, ma è molto difficile radunare i giovani per la catechesi, ci sono tante attività ricreative, ognuno ha i suoi programmi personali. Quando io ero bambino non c’erano così tante attività, adesso è molto difficile radunare la gente un pomeriggio o una sera per dare loro la catechesi. Esistono ancora tante scuole con un’identità cattolica, ma siccome la maggior parte degli alunni non è più cattolica e nemmeno gli insegnanti lo sono, oppure non sono fedeli attivi, la scuola cattolica non è più in grado di trasmettere la fede come avveniva fino a 50 anni fa.

Nel Rapporto “Dio in Olanda” si legge che i cattolici più giovani sono più ortodossi dei meno giovani riguardo alla dottrina cattolica tradizionale. Risulta anche a lei o è un’illazione?
È così, posso confermarlo. Le generazioni più anziane sono quelle che negli anni Sessanta hanno abbracciato le nuove correnti teologiche, invece i giovani, quando credono ancora, non discutono l’ortodossia e hanno un’intensa vita di preghiera. La domenica delle Palme coincide con un’attività della pastorale giovanile della mia arcidiocesi, che prevede un’ora di Adorazione. I nostri giovani amano tantissimo l’Adorazione, amano la preghiera silenziosa. Durante quell’ora offriamo sempre la possibilità di confessarsi, e praticamente tutti i giovani presenti si confessano, mentre quando si parla di confessione con la generazione più anziana, le reazioni sono molto negative, ostili: «Non facciamo più queste cose». Mentre non si vede questo fra i giovani, sono molto aperti sulla confessione. Il numero dei cattolici sta sempre diminuendo, ma la qualità sta aumentando, e questo è un segno di speranza. In un futuro non lontano la Chiesa in Olanda sarà molto piccola, ma sarà una Chiesa con una fede forte, che potrà essere il lievito del Regno di Dio nella società di domani. Non sono un arcivescovo disperato, però dobbiamo accettare che la Chiesa in Olanda diventerà molto piccola. Io sto chiudendo molte chiese, forse un terzo delle chiese nell’arcidiocesi di Utrecht sarà chiuso prima del 2020 e due terzi prima del 2025. Forse saremo in grado di mantenere un 20 parrocchie forse con una o due chiese ciascuna, mentre negli anni Sessanta erano quasi 400: è una diminuzione enorme. Ma quando i parrocchiani hanno una fede forte, profonda, questo potrà essere il lievito del futuro: questa è la mia speranza per il tempo a venire. E devo dire che anche fra gli anziani coloro che rimangono hanno una fede più sostanziale di quella che aveva la loro stessa generazione in passato. Quando sono diventato vice parroco nel lontano 1985, la maggior parte dei miei parrocchiani aderiva alle idee del movimento dell’8 maggio. Era il nome del movimento nato alla vigilia della visita di Giovanni Paolo II all’Olanda, che si svolse appunto l’8 maggio 1985. Fu una visita molto particolare, con tante proteste contro il Papa: è stata la visita più difficile che Giovanni Paolo II ha compiuto durante il suo lungo pontificato. I partecipanti a quel movimento aderivano a una teologia liberale, criticavano molti punti delicati della dottrina della Chiesa, soprattutto contestavano la morale sessuale. La domenica la chiesa era ancora abbastanza piena, ma io sapevo che la maggior parte delle persone presenti non accettavano il contenuto delle mie omelie. Oggi non è più così, l’atmosfera è più rilassata, è più pacifica. Adesso proclamare la fede è diventato più facile di quanto era 30 anni fa. Non tutti gli sviluppi sono negativi, sarebbe uno sbaglio pensare questo.

Nonostante la diminuzione del numero dei cattolici in Olanda, le statistiche mostrano che ogni anno alcune centinaia di adulti si convertono al cattolicesimo. Che tipo di persone sono questi adulti che chiedono di essere accolti nella Chiesa cattolica?
Sono persone tanto diverse quanto lo è la società olandese. Pochi diventano cattolici per sposare un cattolico, la maggior parte scopre la fede cattolica attraverso amici, o a seguito di un avvenimento importante nella vita. Alcuni sono protestanti, altri non sono stati mai battezzati. Sono persone diversissime, e più o meno la metà di loro diventano fedeli attivi con una fede forte.

Ci sono molti stranieri fra loro o per la maggior parte sono olandesi?
La maggior parte sono olandesi autoctoni. Fra gli immigranti cristiani si trovano molte persone battezzate, credenti, più istruite nella fede che gli olandesi. In Olanda abbiamo un milione di islamici, ma anche 800-900 mila cattolici immigrati, che sono una componente molto attiva nelle parrocchie della parte occidentale del paese, nelle grandi città come Amsterdam, L’Aja e Rotterdam.

Recentemente Lei ha sottolineato l’esigenza di un documento di alto livello della Chiesa cattolica sull’ideologia del gender. Perché un documento del genere sarebbe importante?
Anche su questo tema l’Olanda ha fatto da battistrada. Negli anni Ottanta una clinica universitaria di Amsterdam di affiliazione protestante offrì per prima trattamenti sia ormonali che chirurgici per il cambiamento del sesso biologico. L’assicurazione malattia pagava in gran parte tutto questo ed è ancora così. Oggi attraverso commissioni delle Nazioni Unite si esercitano molte pressioni sugli stati perché introducano legislazioni che si accordano con la teoria del genere, soprattutto programmi nelle scuole. Cosa dice in sintesi questa teoria? Che in passato l’identità di genere veniva imposta dalla società, soprattutto in relazione al ruolo sociale della donna, ma adesso siamo individualisti, adulti, autonomi, e quindi abbiamo il diritto e il dovere di scegliere la nostra identità di genere. Oggi in Olanda la teoria del genere non è più un argomento dibattuto, tutti la accettano come una cosa evidente: il genere non ha un legame essenziale col sesso biologico, l’individuo ha la libertà di determinare la propria identità di genere e di cambiare il sesso biologico a piacere, secondo le sue idee sulla sua identità di genere. Per la gente è diventato difficile capire che un cambiamento del sesso è una cosa incompatibile con la dottrina della Chiesa sul matrimonio e la sessualità. Per questo ho chiesto un documento sulla teoria del genere da parte del magistero romano: non necessariamente un’enciclica, ma un documento che spieghi chiaramente cosa la Chiesa pensa della teoria del genere sulla base di un’antropologia filosofica cristiana, così che la gente possa capire che sulla base della visione del mondo che la Chiesa ha, e che viene dalla Sacra Scrittura e dalla Tradizione, il sesso biologico è essenziale per l’identità di genere. Ci possono essere cambiamenti per quanto riguarda il ruolo sociale del genere, questo accade in tutte le culture e in tutta la storia, ma non si può dire che il genere è totalmente staccato dal sesso biologico. Ho fatto richiesta per un tale documento perché tutti nella nostra società accettano la teoria del genere senza essere consapevoli delle sue conseguenze e dell’antropologia che presuppone. Il Papa ha detto qua e là qualcosa sull’argomento, ha parlato di una colonizzazione ideologica aggressiva riguardo alla teoria del genere, di una guerra su scala mondiale contro il matrimonio e la famiglia, ma un documento specifico sulla teoria del genere potrebbe essere profetico.

Altro tema delicato è la legislazione relativa all’eutanasia, che in Olanda già esiste ed è molto permissiva. Cosa pensa dell’attuale legislazione e delle conseguenze delle riforme che si propongono in direzione del suicidio assistito?
La situazione si sta complicando. Una commissione istituita dal governo e presieduta da un membro del partito D66, che ha lottato molto per l’introduzione dell’eutanasia in Olanda, ha concluso l’anno scorso che la legge vigente funziona bene e non c’è bisogno di cambiarla. La commissione ha scritto che è vero che in Olanda ci sono persone anziane che vorrebbero poter usufruire del suicidio assistito anche se non soffrono di alcuna malattia, soltanto perché considerano la loro vita “compiuta”. Queste persone, secondo la commissione, possono già avvalersi della legge vigente. Nonostante ciò, i ministri della giustizia e della salute il 13 ottobre scorso hanno scritto una lettera al parlamento nella quale hanno annunciato di voler presentare una nuova legge, da affiancare a quella esistente sull’eutanasia, per coloro che considerano la loro vita compiuta. Questa legge sulla “vita compiuta” prevederebbe che ogni persona abbia il diritto di chiedere il suicidio assistito rivolgendosi ad assistenti autorizzati, che possono essere medici, psicologi, infermieri specializzati. Gli assistenti sono competente a verificare che la persona chieda il suicidio assistito in modo coerente e libero, che non ci siano pressioni familiari o ambientali. Anche il partito D66 ha annunciato una proposta di legge per l’assistenza al suicidio per gli anziani, indicando come età minima i 75 anni. Questa è la nuova tappa nella discussione dell’eutanasia in Olanda. Quando qualcuno fa presente che tutte queste proposte si muovono lungo un pericoloso piano inclinato, tutti negano e protestano, ma è impossibile non notare che la legislazione si è mossa su un piano inclinato dagli anni Settanta ad oggi. Si iniziò a parlare di eutanasia per malattie incurabili nella fase finale della vita; poi si è discusso dell’eutanasia fuori dalla fase finale; poi negli anni Novanta la si è estesa alle malattie psichiatriche e neurodegenerative; poi nel 2004 è stato introdotto il Protocollo di Groningen che autorizza la soppressione di neonati gravemente malati, e per la prima volta si è rotta una barriera, quella secondo cui la soppressione della vita doveva essere richiesta dal malato. Adesso la tappa seguente sembra essere l’introduzione del suicidio assistito per coloro che non soffrono di una malattia, ma affermano che la loro vita è compiuta.

Negli ultimi 30 anni l’Olanda è diventata la destinazione di un forte flusso migratorio. Molto migranti vengono da regioni del mondo dove la visione religiosa della vita è ancora prevalente. Molti di essi sono musulmani. La percezione vostra è che questi immigrati si stanno secolarizzando come la maggioranza degli olandesi, oppure stanno mantenendo e trasmettendo un’identità religiosa forte?
Fino al 2004 si osservava una certa tendenza alla secolarizzazione anche fra gli immigrati islamici, però a partire dal 2004 si nota un rafforzamento dell’identità islamica fra gli immigrati, soprattutto quelli che provengono dalla Turchia e dal Marocco per più del 95 per cento si dichiarano islamici praticanti. Effettivamente il 40 per cento dei musulmani in Olanda visita la moschea il venerdì, una percentuale notevole se si paragona a quella dei cristiani che visitano abbastanza regolarmente una chiesa, che sono il 10-15 per cento. La pratica domenicale fra i cattolici è inferiore al 5 per cento. Gli islamici hanno un’identità religiosa più forte di quella dei protestanti e dei cattolici di oggi.


Quante moschee sunnite esistono in Olanda? E quante parrocchie cattoliche?
Le moschee attualmente sono 500, e altre se ne stanno costruendo. Loro costruiscono moschee, noi cristiani chiudiamo chiese. Le parrocchie cattoliche sono circa 1.500, in diminuzione così come il numero delle chiese aperte al culto. Ci sono chiese che non si usano più ma siccome non c’è un compratore aspettiamo prima di sconsacrarle definitivamente. Attualmente nella mia arcidiocesi ci sono una ventina di chiese in vendita. Io sono dell’opinione che bisogna evitare di spendere tutti i mezzi finanziari di una parrocchia nella manutenzione di una chiesa che non si usa, lasciando le generazioni future senza risorse, a mani vuote: in Olanda non c’è l’8 per mille. I comuni possono dichiarare una chiesa sul loro territorio come patrimonio monumentale. A quel non si può più intervenire sull’architettura della chiesa, e diventa difficile venderla perché l’acquirente non può cambiare destinazione, mentre i comuni spendono molto poco per la manutenzione delle chiese che hanno dichiarato patrimonio monumentale. I comuni legano le mani alla Chiesa, ma aiutano poco a trovare una soluzione.

venerdì 28 aprile 2017

guerra nella chiesa

La liturgia del passato fonte del futuro dopo la devastazione del presente

summorum pontificum la fonte del futuro


Dal 29 marzo al 1° aprile 2017 si è svolto a Herzogenrath – nella regione urbana di Aquisgrana, in Germania – il simposio Quelle der Zukunft («La fonte del futuro»), nel decimo anniversario della pubblicazione del Motu Proprio Summorum Pontificum di Papa Benedetto XVI, che contiene le indicazioni giuridiche e liturgiche per la celebrazione della messa in latino, celebrata secondo il Messale Romano promulgato da san Pio V. Il simposio è stato organizzato dall’Associazione Una Voce-Germania, dal Circolo cattolico di sacerdoti e laici delle Archidiocesi di Amburgo e Colonia, dall’Associazione Cardinal Newman, e dalla Rete di sacerdoti della parrocchia cattolica di Santa Gertrude a Herzogenrath. Per sopraggiunti impegni, S. Em. il card. Robert Sarah, Prefetto della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti, non ha potuto intervenire di persona, ma, con i ringraziamenti agli organizzatori, ha inviato un’ampia relazione introduttiva, di prossima pubblicazione sulla rivista Studi cattolici (n. 674, aprile 2017, pp. 244-249). Con il permesso della direzione della rivista Studi cattolici, che ringraziamo, siamo lieti di offrire qui di seguito, in anteprima per i lettori di Romualdica, il testo integrale della relazione del card. Sarah (il titolo e i sottotitoli sono redazionali).




Restaurare la liturgia


Quello che, dall’inizio del XX secolo, viene chiamato «movimento liturgico» è scaturito dalla volontà del papa san Pio X, espressa nel Motu proprio «Tra le sollecitudini» (1903), di restaurare la liturgia per renderne più accessibili i tesori, facendola quindi tornare a essere fonte di vita autenticamente cristiana. Da qui la definizione della liturgia come «culmine e fonte della vita e della missione della Chiesa» espressa nella Costituzione sulla Sacra Liturgia Sacrosanctum Concilium del Vaticano II (cfr n. 10).

Non ripeteremo mai abbastanza che la Liturgia come fonte e culmine della Chiesa trova il suo fondamento in Cristo stesso. Infatti, nostro Signore Gesù Cristo è Sommo ed Eterno Sacerdote della Nuova ed eterna Alleanza, dal momento che si è offerto in sacrificio, e «con un’unica offerta ha reso perfetti per sempre quelli che vengono santificati» (Eb 10, 14). Come dice il Catechismo della Chiesa Cattolica, «questo mistero di Cristo la Chiesa annuncia e celebra nella sua liturgia, affinché i fedeli ne vivano e ne rendano testimonianza nel mondo» (n. 1068). È nel contesto del «movimento liturgico», del quale uno dei più bei frutti è la Costituzione Sacrosanctum Concilium, che conviene considerare il Motu Proprio Summorum Pontificum del 7 luglio 2007, del quale siamo lieti di celebrare quest’anno, con grande gioia e riconoscenza, il decimo anniversario della sua promulgazione. Possiamo dunque affermare che il «movimento liturgico», avviato da san Pio X non si è mai interrotto, e continua ancora oggi per l’impulso conferitogli da papa Benedetto XVI. A questo proposito, possiamo ricordare la particolare cura e l’attenzione personale, di cui egli dava prova nel celebrare la sacra Liturgia da Papa, nonché i frequenti riferimenti nei suoi discorsi alla centralità della liturgia nella vita della Chiesa e, infine, i suoi due documenti magisteriali: Sacramentum Caritatis e Summorum Pontificum. In altre parole, il cosiddetto «aggiornamento liturgico» è in qualche modo completato dal Motu Proprio Summorum Pontificum di Benedetto XVI. Di che cosa si tratta? Il Papa emerito ha stabilito la distinzione tra due forme dello stesso rito romano: una forma chiamata «ordinaria» con i testi Liturgici del Messale Romano rivisto seguendo le indicazioni del Concilio Vaticano II, e una forma «straordinaria», che corrisponde alla liturgia in vigore prima dell’«aggiornamento» liturgico. Così ora, nel rito romano o latino, sono in vigore due Messali: quello del Beato papa Paolo VI, la cui terza edizione è del 2002, e quello di san Pio V, la cui ultima edizione, promulgata da San Giovanni XXIII, è del 1962.


Per un reciproco arricchimento delle due forme


Nella lettera ai vescovi che accompagna il Motu Proprio, papa Benedetto XVI ha dichiarato che la sua decisione di far coesistere entrambi i messali non aveva solo lo scopo di soddisfare il desiderio di alcuni gruppi di fedeli, legati alle forme liturgiche prima del Vaticano II, ma anche per permettere un arricchimento reciproco delle due forme dello stesso rito romano, vale a dire non solo la convivenza pacifica, ma anche l’opportunità di sviluppo, evidenziando i migliori elementi che li caratterizzano. Ha scritto chiaramente che «le due forme dell’uso del rito romano possono arricchirsi a vicenda: nel Messale antico potranno e dovranno essere inseriti nuovi santi e alcuni dei nuovi prefazi. Nella celebrazione della Messa secondo il Messale di Paolo VI potrà manifestarsi, in maniera più forte di quanto non lo è spesso finora, quella sacralità che attrae molti all’antico uso». È dunque in questi termini che il Papa emerito manifestava il suo desiderio di rilanciare il «movimento liturgico». Nelle parrocchie dove è stato applicato il Motu Proprio, i sacerdoti testimoniano un aumento di fervore sia tra i fedeli sia tra i sacerdoti. Si è anche notata una ripercussione e un’evoluzione spirituale positiva nel modo di vivere le celebrazioni eucaristiche secondo la forma ordinaria, in particolare la riscoperta di atteggiamenti di adorazione verso il Santissimo Sacramento: stare in ginocchio, genuflessione... e anche un più grande raccoglimento caratterizzato dal sacro silenzio che deve segnare i momenti salienti del Santo Sacrificio della Messa, per consentire a sacerdoti e fedeli di interiorizzare il mistero della fede che viene celebrato. È anche vero che bisogna fortemente incoraggiare e fare opera di formazione liturgica e spirituale. Analogamente, bisognerà pro- muovere una pedagogia perfettamente adatta a superare un certo «rubricismo» troppo formale, spiegando i riti del Messale tridentino a coloro che ancora non lo conoscono o lo conoscono in modo parziale, o a volte... di parte. Per questo, è urgente e opportuno predisporre un messale bilingue latino-volgare per una piena, consapevole e intima partecipazione dei fedeli alle celebrazioni eucaristiche. È anche molto importante sottolineare la continuità tra i due messali con catechesi liturgiche appropriate... Molti sacerdoti testimoniano che si tratta di un compito stimolante, perché sono coscienti di lavorare al rinnovamento liturgico, portando la propria pietra al «movimento liturgico», cioè, in realtà, al rinnovamento spirituale e mistico, e dunque missionario, voluto dal Concilio Vaticano II, e al quale ci invita con vigore papa Francesco.

La liturgia deve sempre essere riformata per essere più fedele alla sua essenza mistica. Ma per lo più, questa «riforma», che ha sostituito il vero «restauro» voluto dal Concilio Vaticano II, è stato realizzato con uno spirito superficiale e sulla base di un unico criterio: sopprimere a tutti i costi un patrimonio visto come totalmente negativo e obsoleto per scavare un abisso tra un prima e un dopo il Concilio. Invece, basta prendere la Costituzione sulla Sacra Liturgia e leggerla onestamente, senza tradirne il senso, per vedere che il vero scopo del Vaticano II non era di avviare una riforma che potesse diventare occasione di rottura con la Tradizione, bensì, di ritrovare e confermare la Tradizione nel significato più profondo.

In realtà, la cosiddetta «riforma della riforma», che dovrebbe forse essere chiamata più esattamente «reciproco arricchimento dei riti» per usare un’espressione del Magistero di Benedetto XVI, è una necessità prima di tutto spirituale. Essa riguarda evidentemente le due forme del rito romano. La cura particolare da prestare alla liturgia, l’urgenza di tenerla in grande considerazione e di lavorare alla sua bellezza, alla sua sacralità e al mantenimento di un giusto equilibro tra fedeltà alla Tradizione e legittima evoluzione, e dunque rigettando assolutamente e radicalmente ogni ermeneutica di discontinuità e di rottura: questi sono il cuore e gli elementi essenziali di qualsiasi autentica liturgia cristiana. Il cardinal Joseph Ratzinger ha instancabilmente ripetuto che la crisi che scuote la Chiesa, da una cinquantina d’anni, soprattutto a partire dal Concilio Vaticano II, è legata alla crisi della liturgia, e quindi alla mancanza di rispetto, alla desacralizzazione e all’orizzontalismo degli elementi essenziali del culto divino. «Sono convinto», ha scritto, «che la crisi ecclesiale in cui oggi ci troviamo dipende in gran parte dal crollo della liturgia» [1]. Certamente il Vaticano II ha voluto promuovere una maggiore partecipazione attiva del popolo di Dio e far progredire giorno per giorno la vita cristiana dei fedeli (cfr Sacrosanctum Concilium, n. 1). Certamente belle iniziative sono state promosse in quella direzione. Eppure non possiamo chiudere gli occhi di fronte al disastro, alla devastazione e allo scisma che i moderni sostenitori di una liturgia viva hanno causato, tanto da rimodellare la liturgia della Chiesa secondo le loro idee. Hanno dimenticato che l’atto liturgico non è solo una preghiera, ma anche e soprattutto un mistero in cui si realizza per noi qualcosa che non possiamo comprendere completamente, e che dobbiamo accettare e ricevere nella fede, nell’amore, nell’obbedienza e nel silenzio adorante. Questo è il vero significato della partecipazione attiva dei fedeli. Non si tratta soltanto di un’attività esteriore, di una ridistribuzione di ruoli o funzioni nella liturgia, bensì di una ricettività intensamente attiva: la ricezione è in Cristo e con Cristo, l’umile offerta di sé nella preghiera silenziosa, e un atteggiamento pienamente contemplativo. La grave crisi di fede, non solo tra i fedeli, ma anche e soprattutto tra molti sacerdoti e vescovi, ci ha resi incapaci di comprendere la liturgia eucaristica come un sacrificio, come l’identico atto, compiuto una volta per tutte da Gesù Cristo, rendendo presente il Sacrificio della Croce in modo incruento, ovunque nella Chiesa, nei vari tempi, luoghi, popoli e nazioni.

Spesso assistiamo alla tendenza sacrilega di ridurre la santa Messa a un semplice pasto conviviale, alla celebrazione di una festa profana e a un’autocelebrazione della comunità o, peggio ancora, a un intrattenimento mostruoso contro l’angoscia di una vita che non ha più alcun significato o contro la paura di incontrare Dio faccia a faccia, perché il suo sguardo rivela e costringe a guardare con verità la bruttezza della nostra interiorità. Ma la Santa Messa non è un intrattenimento. Essa è il sacrificio vivente di Cristo, morto sulla croce per liberarci dal peccato e dalla morte per rivelarci l’amore e la gloria di Dio Padre. Molti ignorano che il fine di ogni celebrazione è la gloria e l’adorazione di Dio, la salvezza e la santificazione degli uomini, dal momento che, nella liturgia, «viene resa a Dio una gloria perfetta e gli uomini vengono santificati» (Sacrosanctum Concilium, n. 7). Questo insegnamento del Concilio è ignorato dalla maggioranza dei fedeli, sacerdoti e vescovi compresi. Così come si ignora che i veri adoratori di Dio non sono coloro che, secondo le loro idee e la loro creatività, riformano la liturgia per farne qualcosa che piaccia al mondo, ma coloro che con il Vangelo, riformano in profondità il mondo, per consentirgli l’accesso a una liturgia che riflette la liturgia celebrata da tutta l’eternità nella Gerusalemme celeste. Come ha spesso sottolineato Benedetto XVI, alla radice della liturgia si trova l’adorazione, e quindi Dio. Quindi deve essere riconosciuto che la crisi grave e profonda che, dopo il Concilio, colpisce e continua a influenzare la liturgia e la Chiesa stessa è dovuta al fatto che il suo centro non è più Dio e il suo culto, ma gli uomini e la loro presunta capacità di «fare» qualcosa durante le celebrazioni eucaristiche. Anche oggi, un numero significativo di ecclesiastici sottovalutano la grave crisi che sta attraversando la Chiesa: relativismo nell’insegnamento dottrinale, morale e disciplinare, gravi abusi, dissacrazione e banalizzazione della sacra liturgia, visione meramente sociale e orizzontale della missione della Chiesa. Molti credono e affermano a gran voce che il Vaticano II ha suscitato una vera e propria primavera della Chiesa. Tuttavia, un numero crescente di ecclesiastici stanno considerando questa «primavera» come un rigetto, una rinuncia al suo retaggio plurisecolare, o addirittura come una sfida radicale al suo passato e alla sua Tradizione. Si rimprovera all’Europa politica di abbandonare o negare le sue radici cristiane. Ma la prima ad aver abbandonato le sue radici e il suo passato cristiano è senza dubbio la Chiesa cattolica post-conciliare. Alcune Conferenze episcopali addirittura si rifiutano di tradurre fedelmente il testo originale latino del Messale romano. Alcuni sostengono che ogni Chiesa locale può tradurre il Messale romano non secondo la sacra eredità della Chiesa, seguendo il metodo e i princìpi stabiliti dalla Liturgiam authenticam (la Quinta Istruzione per la retta Applicazione della Costituzione sulla Sacra Liturgia del Concilio Vaticano II, emanata dalla Congregazione per il Culto divino nel 2001), ma secondo le fantasie, le ideologie e le espressioni culturali che, si dice, possono essere comprese e accettate dal popolo. Ma il popolo vuole essere iniziato al linguaggio sacro di Dio. Perfino il Vangelo e la Rivelazione sono «reinterpretati», «contestualizzati» e adattati alla cultura occidentale decadente. Nel 1968, il vescovo di Metz, in Francia, ha scritto nel suo Bollettino diocesano un’enormità spaventosa, quasi la volontà e l’espressione di una rottura completa con il passato della Chiesa. Secondo questo vescovo, dobbiamo oggi ripensare la concezione stessa di salvezza apportata da Gesù Cristo, poiché la Chiesa apostolica e le comunità cristiane dei primi secoli non avevano capito nulla del Vangelo. È soltanto a partire dalla nostra epoca che abbiamo compreso il disegno di salvezza apportato da Gesù. Ecco l’affermazione audace e sorprendente del vescovo di Metz: «La trasformazione del mondo (cambiamento di civiltà) insegna e richiede un cambiamento nella concezione della salvezza portata da Gesù Cristo; questa trasformazione rivela che il pensiero della Chiesa sul disegno di Dio era, prima di questo cambiamento, non sufficientemente evangelica... Non c’è epoca in grado di comprendere l’ideale evangelico della vita fraterna quanto la nostra» [2]. Con una tale visione, non sono sorprendenti la devastazione, la distruzione e le guerre che seguirono e che persistono tuttora a livello liturgico, dottrinale e morale, perché si pretende che nessun’epoca quanto la nostra sia in grado di capire «l’ideale evangelico».

Molti si rifiutano di vedere l’opera di auto-distruzione della Chiesa con la demolizione pianificata delle sue basi dottrinali, liturgiche, morali e pastorali. Mentre le voci di chierici di alto rango si moltiplicano, affermando ostinatamente i loro manifesti errori dottrinali, morali e liturgici, anche se cento volte condannati, e lavorano alla demolizione della poca fede rimasta nel popolo di Dio, mentre la barca della Chiesa naviga nel mare tempestoso di questo mondo decadente, e le onde si infrangono sulla barca, già quasi piena d’acqua, un numero crescente di ecclesiastici e fedeli grida: «Tutto va ben, madama la marchesa!». Ma la realtà è ben diversa: infatti, come diceva il cardinal Ratzinger, «i Papi e i Padri conciliari si aspettavano una nuova unità cattolica e si è invece andati incontro a un dissenso che – per usare le parole di Paolo VI – sembra essersi spostato dall’autocritica all’autodistruzione. Ci si aspettava un nuovo entusiasmo e ci si è invece finiti troppo spesso nella noia e nello sconforto. Ci si aspettava un balzo in avanti e ci si è invece trovati di fronte a un processo progressivo di decadenza che si è venuto sviluppando in larga misura sotto il segno di un richiamo a un presunto “spirito del Concilio” e in tal modo lo ha screditato» [3]. «Nessuno oggi osa onestamente e seriamente contestare le manifestazioni di crisi e le guerre liturgiche alle quali il Concilio Vaticano II ha portato» [4].

Oggi, si procede alla frammentazione e demolizione del santo Missale Romanum abbandonandolo alle diversità culturali e ai fabbricanti di testi liturgici. Sono contento e mi congratulo per l’enorme e meraviglioso lavoro svolto, attraverso Vox clara, dalla Conferenze episcopali di lingua inglese, dalle Conferenze Episcopali spagnola e coreana, ecc..., che hanno tradotto fedelmente e nel pieno rispetto delle istruzioni e dei princìpi di Liturgiam authenticam, il Missale Romanum, e la Congregazione per il Culto divino e la Disciplina dei sacramenti ha concesso loro la recognitio.


Una guerra liturgica


A seguito della pubblicazione del mio libro Dio o nulla, mi sono state rivolte domande sulla «guerra liturgica», che da decenni troppo spesso divide i cattolici. Ho risposto che si tratta di un’aberrazione, perché la liturgia è il campo per eccellenza dove i cattolici dovrebbero fare esperienza dell’unità nella verità, nella fede e nell’amore, e che, pertanto, è inconcepibile celebrare la liturgia avendo nel cuore sentimenti di lotte fratricide e di rancore. Del resto, non ha Gesù stesso pronunciato parole molto impegnative sulla necessità di riconciliarsi con il fratello prima di presentare il proprio dono all’altare? (cfr Mt 5, 23-24). Perché «la liturgia spinge i fedeli, nutriti dei “sacramenti pasquali”, a vivere “in perfetta unione” [5], e prega che “esprimano nella vita quanto hanno ricevuto mediante la fede” [6]; la rinnovazione poi dell’alleanza di Dio con gli uomini nell’Eucaristia introduce i fedeli nella pressante carità di Cristo e li infiamma con essa. Dalla liturgia, dunque, e particolarmente dall’Eucaristia, deriva in noi, come da sorgente, la grazia, e si ottiene con la massima efficacia quella santificazione degli uomini nel Cristo e quella glorificazione di Dio, alla quale tendono, come a loro fine, tutte le altre attività della Chiesa» (Sacrosanctum Concilium, n. 10). Nel «faccia a faccia» con Dio che è la liturgia, il nostro cuore deve essere puro da ogni inimicizia, il che significa che ciascuno deve essere rispettato nella propria sensibilità. Questo significa concretamente, ribadendo che il Vaticano II non ha mai chiesto di fare tabula rasa del passato e quindi di abbandonare il Messale di san Pio V, il quale ha generato tanti santi – basti citare tre sacerdoti ammirevoli come san Giovanni Maria Vianney, il Curato d’Ars, san Padre Pio e san Josemaría Escrivá –, allo stesso tempo è indispensabile promuovere il rinnovamento liturgico voluto dal Concilio stesso, e quindi i libri liturgici aggiornati dopo la Costituzione Sacrosanctum Concilium, in particolare il Messale del Beato papa Paolo VI. E aggiungerei che ciò che più conta, sia che si celebri nella forma ordinaria o in quella straordinaria, è offrire ai fedeli ciò a cui hanno diritto: la bellezza della liturgia, la sua sacralità, il silenzio, il raccoglimento, la dimensione mistica e l’adorazione. La liturgia deve metterci faccia a faccia con Dio in un rapporto personale e di intensa intimità. Deve immergerci nell’intimità della Santissima Trinità.

Parlando dell’usus antiquior nella lettera d’accompagnamento a Summorum Pontificum, papa Benedetto XVI ha scritto che «subito dopo il Concilio Vaticano II si poteva supporre che la richiesta dell’uso del Messale del 1962 si limitasse alla generazione più anziana che era cresciuta con esso, ma nel frattempo è emerso chiaramente che anche giovani persone scoprono questa forma liturgica, si sentono attirate da essa e vi trovano una forma, particolarmente appropriata per loro, di incontro con il Mistero della Santissima Eucaristia». Si tratta di una realtà incontestabile, un vero segno del nostro tempo. Quando i giovani sono assenti alla sacra liturgia, dobbiamo chiederci: perché? Dobbiamo vegliare affinché le celebrazioni secondo l’usus recentior facilitino anch’esse questo incontro, conducano le persone sul percorso della via pulchritudinis che conduce al Cristo vivente e operante nella sua Chiesa di oggi attraverso i suoi sacri riti. In effetti, l’Eucaristia non è una sorta di «cena con gli amici», un pasto conviviale della comunità, bensì un Mistero sacro, il grande Mistero della nostra fede, la celebrazione della redenzione compiuta da nostro Signore Gesù Cristo, la commemorazione della morte di Gesù sulla croce per liberarci dai nostri peccati. Conviene dunque celebrare la Santa Messa con la bellezza e il fervore del santo Curato d’Ars, di Padre Pio o di san Josemaría; è questa la condizione sine qua non per giungere «dall’alto», per così dire, a una riconciliazione liturgica [7]. Quindi rifiuto con forza di sprecare il nostro tempo a contrapporre una liturgia a un’altra, o il Messale di san Pio V a quello del beato Paolo VI. Si tratta piuttosto di entrare nel grande silenzio della liturgia, lasciandoci arricchire da tutte le forme liturgiche, latine o orientali. Infatti, senza la dimensione mistica del silenzio e senza spirito contemplativo, la liturgia diverrebbe occasione di lacerazioni odiose, di scontri ideologici e di umiliazione pubblica dei deboli da parte di coloro che affermano di detenere l’autorità, invece di essere il luogo dell’unità e della nostra comunione nel Signore. Così, invece di affrontarci e di detestarci, la liturgia deve farci pervenire tutti insieme all’unità nella fede e alla vera conoscenza del Figlio di Dio, fino all’uomo perfetto, fino alla misura della pienezza di Cristo... e vivendo la verità nell’amore, cresceremo in ogni cosa tendendo a Lui che è il capo, Cristo (Ef 4, 13-15) [8].


La liturgia «casa comune» o «piccola patria»


Come sapete, il grande liturgista tedesco mons. Klaus Gamber (1919-1989) designava con la parola Heimat la casa comune o «piccola patria», quella dei cattolici radunati intorno all’altare del Santo Sacrificio. Il senso del sacro, che permea e irriga i riti della Chiesa, è correlativo, inseparabile dalla liturgia. Ebbene, in questi ultimi decenni, numerosi fedeli sono stati scossi o profondamente turbati da celebrazioni segnate da una soggettività superficiale e devastante al punto di non riconoscere la loro Heimat, la loro casa comune, e per i più giovani, di non averla mai conosciuta! Quanti se ne sono andati in punta di piedi, soprattutto i più piccoli e più poveri di loro! Essi sono diventati una sorta di «apolidi liturgici». Il «movimento liturgico», nel quale le due forme sono associate, mira a restituire loro l’Heimat, e così a reintrodurli nella loro casa comune, poiché ben sappiamo che nella sua opera di teologia sacramentaria, il cardinal Joseph Ratzinger, ben prima della pubblicazione del Summorum Pontificum, aveva messo in evidenza che la crisi della Chiesa, e quindi la crisi e l’annacquamento della fede, sono in gran parte causati dal modo in cui trattiamo la liturgia, secondo il vecchio adagio: lex orandi, lex credendi. Nella prefazione che egli aveva scritto in apertura del magistrale lavoro di mons Gamber, Die Reform der römischen Liturgie (Riforma della liturgia romana), il futuro Papa Benedetto XVI affermava: «Un giovane sacerdote mi ha detto di recente che ora abbiamo bisogno di un nuovo movimento liturgico. Esprimeva così un’espressione di preoccupazione che, al giorno d’oggi, solo menti deliberatamente superficiali potrebbero scartare. Ciò che contava per il sacerdote non era la conquista di nuove e audaci libertà: quale libertà non ci si è già arrogata? Sentiva che avevamo bisogno di un nuovo inizio scaturito dall’intimo della liturgia, come aveva voluto il movimento liturgico quando era al culmine della sua vera natura, quando non si trattava di fabbricare dei testi, di inventare azioni e forme, ma di riscoprire il centro vivente, di penetrare nel tessuto propriamente detto della liturgia, affinché il compimento di essa scaturisse dalla sua stessa sostanza. La riforma liturgica, nella sua realizzazione concreta, si è sempre più allontanata da tale origine. Il risultato non è stato una rianimazione, ma una devastazione. Da un lato, abbiamo una liturgia degenerata in show, dove si cerca di rendere interessante la religione con l’aiuto di invenzioni alla moda e con aforismi morali seducenti, creando un successo momentaneo nel gruppo dei fabbricanti liturgici, e un atteggiamento di ripulsa ancora più netto tra coloro che cercano nella liturgia non lo showmaster spirituale, ma l’incontro con il Dio vivente davanti al quale ogni “fare” diventa insignificante, solo questo incontro essendo in grado di farci accedere alle vere ricchezze dell’essere. Dall’altro lato, v’è la conservazione delle forme rituali la cui grandezza commuove sempre, ma che, spinte all’estremo, manifestano un isolamento testardo che, alla fine, non lascia che tristezza. Certamente rimangono tra i due estremi tutti quei sacerdoti e fedeli che celebrano la nuova liturgia con rispetto e solennità; ma sono turbati dalla contraddizione tra i due estremi, e la mancanza di unità interna della Chiesa fa sembrare la loro fedeltà, a torto molte volte, come una semplice varietà personale di neo-conservatorismo. Stando così le cose, è necessario, un nuovo impulso spirituale perché la liturgia sia di nuovo per noi un’attività comunitaria della Chiesa, strappata all’arbitrarietà. Non si può “fabbricare” un movimento liturgico di questo tipo – non più di quanto si possa “fabbricare” qualche cosa di vivente – ma possiamo contribuire al suo sviluppo, sforzandoci di assimilare di nuovo lo spirito della liturgia e difendendo pubblicamente quello che abbiamo ricevuto».

Penso che la lunga citazione, così giusta e limpida, dovrebbe interessarvi, all’inizio del Simposio, e anche contribuire ad avviare il vostro pensiero sulla «fonte del futuro» (Die Quelle der Zukunft) del Motu Proprio Summorum Pontificum. In effetti, permettetemi di trasmettervi una convinzione che da molto tempo mi sta a cuore: la liturgia romana, riconciliata nelle sue due forme, che a sua volta è «il frutto di uno sviluppo», secondo le parole di un altro grande liturgista tedesco, Joseph Jungmann (1889-1975), può lanciare il processo decisivo del «movimento liturgico» che tanti sacerdoti e fedeli attendono da lungo tempo. Da dove cominciare? Mi si permetta di offrire le tre tracce riassunte in queste tre lettere: SAF, Silence - Adoration - Formation in francese e in italiano; in tedesco, SAA: Stille-Anbetung-Ausabilung. In primo luogo, il sacro silenzio, senza il quale non si può incontrare Dio. Nel mio libro La force du silence, ho scritto: «Nel silenzio l’uomo conquista la sua nobiltà e la sua grandezza solo se è in ginocchio per ascoltare e adorare Dio» (n. 66). Poi, l’adorazione; a questo proposito, nello stesso libro esprimo la mia esperienza spirituale: «Per quanto mi riguarda, so che i momenti più grandi della mia giornata si trovano nelle ore incomparabili che passo in ginocchio, al buio davanti al Santissimo Sacramento del Corpo e Sangue di Nostro Signore Gesù Cristo. Sono come inghiottito in Dio e circondato da tutti i lati dalla sua presenza silenziosa. Non vorrei appartenere che a Dio solo, e immergermi nella purezza del suo Amore. E tuttavia mi rendo conto di quanto io sia povero, così lontano dall’amare il Signore come Egli mi ha amato fino a darsi tutto per me» (n. 54).

Infine, la formazione liturgica, a partire da un annuncio di fede o catechesi che abbia come riferimento il Catechismo della Chiesa Cattolica, ci protegge da possibili elucubrazioni negative più o meno sapienti di qualche teologo assetato di «novità». Ecco quello che ho detto a questo riguardo in quello che è ora comunemente chiamato, non senza un certo umorismo, il «Discorso di Londra» del 5 luglio 2016, pronunciato durante la terza Conferenza internazionale dell’Associazione Sacra Liturgia: «La formazione liturgica è prima di tutto ed essenzialmente un’immersione nella liturgia, nel profondo mistero di Dio, nostro Padre amoroso. Si tratta di vivere la liturgia in tutta la sua ricchezza, per inebriarsi bevendo a una sorgente che non esaurisce mai la nostra sete di ricchezza, ordine e bellezza, di silenzio contemplativo, d’esultanza e di adorazione, della forza che ci permette d’incontrare intimamente Colui che opera nei e attraverso i riti sacri della Chiesa» [9].

È dunque in questo contesto generale e in uno spirito di fede e di profonda comunione con l’obbedienza di Cristo sulla croce che, umilmente, vi chiedo di applicare con grande cura Summorum Pontificum; non in maniera negativa e retrograda, rivolta al passato, o come qualcosa che costruisce muri e crea un ghetto, ma come un importante e significativo contributo all’attuale e alla futura vita liturgica della Chiesa, nonché al «movimento liturgico» del nostro tempo, al quale sempre più persone, particolarmente i giovani, attingono tante cose vere, buone e belle.

Vorrei concludere questa introduzione con le parole luminose di Benedetto XVI pronunciate al termine dell’omelia per la solennità dei Santi Pietro e Paolo, nel 2008: «Quando il mondo nel suo insieme sarà diventato liturgia di Dio, quando nella sua realtà sarà diventato adorazione, allora avrà raggiunto la sua meta, allora sarà sano e salvo».


[1] Joseph Ratzinger, La mia vita, Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo 1997, pp. 112-113.

[2] Citato da Jean Madiran, L’hérésie du XX siècle, Nouvelles Editions Latines (NEL) 1968, p. 166.

[3] Joseph Ratzinger, Rapporto sulla fede, a cura di Vittorio Messori, Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo 1985, pp. 27-28.

[4] Joseph Ratzinger, Principes de la Théologie catholique, Téqui 1985, p. 413.

[5] Messale romano, orazione dopo la Comunione della Veglia Pasquale e della domenica della Risurrezione [nel Messale di Paolo VI solo nella Veglia].

[6] Messale romano, colletta del martedì nell’ottava di Pasqua [nel Messale di Paolo VI il giorno prima].

[7] Cfr Intervista al sito internet cattolico Aleteia, 4 marzo 2015.

[8] Cfr Intervista a La Nef, ottobre 2016, d.9.

[9] Card. Robert Sarah, “Verso un’autentica attuazione di Sacrosanctum Concilium”, Terza Conferenza internazionale dell’Associazione Sacra Liturgia, Londra. Discorso del 5 luglio 2016. Trad. it. in Cristianità, n. 382, ottobre-dicembre 2016, pp. 21-40.
tratto da: http://romualdica.blogspot.it/2017/04/summorum-pontificum-la-fonte-del-futuro.html

mercoledì 26 aprile 2017

la crisi che sconvolge la Chiesa

UN RARO TESTO INEDITO DI BENEDETTO XVI, DOPO LA RINUNCIA….”La causa più profonda della crisi che ha sconvolto la Chiesa risiede nell’oscuramento della priorità di Dio nella liturgia”

 

Nihil Operi Dei praeponatur — Nulla si anteponga al Culto divino. Con queste parole San Benedetto, nella sua Regola (43,3), ha stabilito la priorità assoluta del Culto divino rispetto a ogni altro compito della vita monastica. Questo, anche nella vita monastica, non risultava immediatamente scontato perché per i monaci era compito essenziale anche il lavoro nell’agricoltura e nella scienza.
 
Sia nell’agricoltura come anche nell’artigianato e nel lavoro di formazione potevano certo esserci delle urgenze temporali che potevano apparire più importanti della liturgia. Di fronte a tutto questo Benedetto, con la priorità assegnata alla liturgia, mette inequivocabilmente in rilievo la priorità di Dio stesso nella nostra vita: «All’ora dell’Ufficio divino, appena si sente il segnale, lasciato tutto quello che si ha tra le mani, si accorra con la massima sollecitudine» (43,1).
 
Nella coscienza degli uomini di oggi le cose di Dio e con ciò la liturgia non appaiono affatto urgenti. C’è urgenza per ogni cosa possibile. La cosa di Dio non sembra mai essere urgente. Ora, si potrebbe affermare che la vita monastica è in ogni caso qualcosa di diverso dalla vita degli uomini nel mondo, e questo è senz’altro giusto. E tuttavia la priorità di Dio che abbiamo dimenticato vale per tutti. Se Dio non è più importante, si spostano i criteri per stabilire quel che è importante. L’uomo, nell’accantonare Dio, sottomette se stesso a delle costrizioni che lo rendono schiavo di forze materiali e che così sono opposte alla sua dignità.
 
Negli anni successivi al Concilio Vaticano II sono nuovamente divenuto consapevole della priorità di Dio e della liturgia divina. Il malinteso della riforma liturgica che si è ampiamente diffuso nella Chiesa cattolica portò al mettere sempre più in primo piano l’aspetto dell’istruzione e della propria attività e creatività. Il fare degli uomini fece quasi dimenticare la presenza di Dio. In una tale situazione divenne sempre più chiaro che l’esistenza della Chiesa vive della giusta celebrazione della liturgia e che la Chiesa è in pericolo quando il primato di Dio non appare più nella liturgia e così nella vita. 
 
La causa più profonda della crisi che ha sconvolto la Chiesa risiede nell’oscuramento della priorità di Dio nella liturgia. Tutto questo mi portò a dedicarmi al tema della liturgia più ampiamente che in passato perché sapevo che il vero rinnovamento della liturgia è una condizione fondamentale per il rinnovamento della Chiesa. Sulla base di questa convinzione sono nati gli studi che sono raccolti nel presente volume 11 della Opera omnia. Ma al fondo, pur con tutte le differenze, l’essenza della liturgia in Oriente e Occidente è unica e la medesima. E così spero che questo libro possa aiutare anche i cristiani di Russia a comprendere in modo nuovo e meglio il grande regalo che ci è donato nella Santa Liturgia.
 
Benedetto XVI
Città del Vaticano, nella Festa di San Benedetto,
11 luglio 2015
 
Il testo che pubblichiamo è stato scritto dal papa emerito Benedetto XVI nel monastero Mater Ecclesiae. E questo è già di per sé un evento eccezionale, come l’ occasione che lo ha motivato. Joseph Ratzinger compie novant’ anni, proprio nel giorno di Pasqua.
 
Per una combinazione assai rara, quest’ anno la data della Pasqua è la stessa per cattolici e ortodossi. Come regalo speciale, al Papa emerito sarà donata una copia del volume XI della sua opera omnia, Teologia della liturgia, tradotto e pubblicato in russo a cura del Patriarcato di Mosca. Un’ iniziativa preparata da tempo – per la traduzione, curata da Olga Aspisova, ci sono voluti quasi tre anni – che proseguirà con la pubblicazione in russo della trilogia su Gesù di Nazaret. Il tutto grazie alla cooperazione scientifica ed editoriale tra la casa editrice del Patriarcato di Mosca, la Libreria editrice vaticana, la Fondazione Ratzinger e l’ Accademia internazionale «Sapientia et Scientia», fondata e presieduta dalla professoressa Giuseppina Cardillo Azzaro e che riunisce personalità della cultura e della scienza «dell’ Oriente e dell’ Occidente d’ Europa» ed esponenti della Chiesa cattolica e di quella ortodossa. Il valore ecumenico dell’ iniziativa è evidente. Un’ occasione così importante da convincere il Papa emerito a scrivere la prefazione all’ edizione russa.
 
Il testo porta, non a caso, la data dell’ 11 luglio 2015: il giorno di San Benedetto, patrono d’ Europa. In uno degli interventi centrali del suo pontificato, il discorso memorabile al Collège des Bernardins di Parigi, il 12 settembre 2008, Joseph Ratzinger aveva spiegato come il monachesimo di San Benedetto avesse salvato il patrimonio del pensiero antico e formato la cultura europea grazie a quei monaci che avevano come obiettivo « quaerere Deum », cercare Dio. In uno dei suoi libri più celebri, l’ Introduzione al cristianesimo ( Einführung in das Christentum , 1967), riportava l’ apologo del clown e del villaggio in fiamme narrato da Søren Kierkegaard: il circo che s’ incendia, il clown mandato a chiamare aiuto al villaggio vicino, la gente che «ride fino alle lacrime» davanti alle sue grida, villaggio e circo distrutti dal fuoco. Così, nel testo scritto dal Papa emerito per l’ edizione russa del volume sulla liturgia, si vede la coerenza profonda del suo pensiero: la preoccupazione per un mondo nel quale «la cosa di Dio non sembra mai essere urgente», per la Chiesa che «è in pericolo quando il primato di Dio non appare più nella liturgia e così nella vita». Per questo si comincia dal volume sulla liturgia. «Ho fatto leggere questa prefazione ad amici ortodossi: “È fortissima”, mi hanno detto quasi commossi, “si vede che siamo in profonda sintonia”» racconta il professor Pierluca Azzaro, curatore e traduttore dell’ edizione italiana dell’ Opera omnia e presidente vicario della Accademia «Sapientia et Scientia»: «Il preziosissimo ponte che Joseph Ratzinger getta tra Oriente e Occidente riguarda la liturgia: e indica la strada non vaga e utopica, ma concreta e viva per un vero cammino di rinascita che veda mano nella mano cattolici e ortodossi».

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martedì 25 aprile 2017

Spirito Santo o Spirito del Mondo???

Dottrina vs Discernimento 

 



L’intervista rilasciata da p. A. Sosa, Preposito generale della Compagnia di Gesú, al vaticanista Giuseppe Rusconi (pubblicata su Rossoporpora) ha fatto parlare di sé soprattutto per l’infelice battuta sull’assenza di registratori al tempo di Gesú. Connesse con quell’affermazione, però, Padre Sosa faceva alcune considerazioni sul discernimento, che sono state trascurate dai piú, ma sulle quali mi sembra opportuno soffermarsi, tenuto conto delle conseguenze che esse possono avere nella vita della Chiesa. I termini “discernere” e “discernimento” ricorrono nell’intervista 24 volte. Mi limiterò a riportare qui il passo dove si tratta del rapporto fra dottrina e discernimento:

Vediamo se ho capito bene: se la coscienza, dopo il discernimento del caso, mi dice che una certa azione la posso compiere, lo posso fare senza sentirmi in colpa e con l’approvazione della comunità… posso per esempio fare la Comunione anche se la norma non lo prevede…
La Chiesa si è sviluppata nei secoli, non è un pezzo di cemento armato… è nata, ha imparato, è cambiata… per questo si fanno i concili ecumenici, per cercare di mettere a fuoco gli sviluppi della dottrina. Dottrina è una parola che non mi piace molto, porta con sé l’immagine della durezza della pietra. Invece la realtà umana è molto piú sfumata, non è mai bianca o nera, è in uno sviluppo continuo…
Mi par di capire che per Lei ci sia una priorità della prassi del discernimento sulla dottrina…
Sí, ma la dottrina fa parte del discernimento. Un vero discernimento non può prescindere dalla dottrina…
Però può giungere a conclusioni diverse dalla dottrina… 
Questo sí, perché la dottrina non sostituisce il discernimento e neanche lo Spirito Santo.
Ho scelto questo passaggio dell’intervista perché mi sembra significativo. Esso mette bene a fuoco il nuovo atteggiamento pastorale assunto dalla Chiesa ai nostri giorni: non si rigetta di per sé la dottrina, ma ad essa si preferisce il discernimento. Su tale contrapposizione ci eravamo già soffermati in un precedente post: nel passaggio dalla dottrina al discernimento individuavamo la caratteristica principale della “rivoluzione pastorale” in corso. Le affermazioni di Padre Sosa confermano che avevamo visto giusto e ci dànno l’occasione per fare alcuni ulteriori approfondimenti.

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Innanzi tutto, cerchiamo di capire in che cosa consista realmente la dottrina. “Dottrina” deriva dal latino doctrina, che è il sostantivo del verbo docere (= insegnare); il suo significato originale è pertanto quello di “insegnamento”. Essa ha però assunto progressivamente un significato piú tecnico di “complesso organico di principi teorici fondamentali sui quali è basato un movimento politico, artistico, filosofico, scientifico e sim.” e, piú specificamente, quello di “complesso dei dogmi e dei principi della fede cristiana” (Zingarelli). Da qui si comprende il disagio provato da Padre Sosa nei confronti del termine: «Dottrina è una parola che non mi piace molto, porta con sé l’immagine della durezza della pietra». Padre Sosa non sta dicendo niente di nuovo; esprime una mentalità assai diffusa nella Chiesa odierna, una mentalità alla quale lo stesso Papa Francesco non si sottrae:
È vero che in un certo senso condividere è dire che non ci sono differenze fra noi, che abbiamo la stessa dottrina — sottolineo la parola, parola difficile da capire — ma io mi domando: ma non abbiamo lo stesso Battesimo? (visita alla chiesa luterana di Roma, 15 novembre 2015);
La visione della dottrina della Chiesa come un monolite da difendere senza sfumature è errata (intervista alla Civiltà Cattolica, n. 3918, p. 476; cf Evangelii gaudium, n. 40);
Invece di offrire la forza risanatrice della grazia e la luce del Vangelo, alcuni vogliono “indottrinare” il Vangelo, trasformarlo in “pietre morte da scagliare contro gli altri” (Amoris laetitia, n. 49);
Il nostro insegnamento sul matrimonio e la famiglia non può cessare di ispirarsi e di trasfigurarsi alla luce di questo annuncio di amore e di tenerezza, per non diventare mera difesa di una dottrina fredda e senza vita (ibid., n. 59).
Sinceramente, si fa fatica a comprendere tanta avversione nei confronti della… pietra. La pietra è dura; la pietra è fredda; la pietra è inamovibile e immutabile; mentre la realtà è mutevole, instabile, fluida, in continuo sviluppo; la realtà è sfumata e può difficilmente essere incapsulata in formulette fisse e intangibili. Ma proprio perché la realtà è cosí “liquida”, abbiamo bisogno di qualcosa di stabile su cui fondarci. Come ci ricorda la parabola del vangelo, la casa va costruita sulla roccia, non sulla sabbia (Mt 7:24-27; Lc 6:47-49). E questa roccia è Cristo (1Cor 10:4). È lui la pietra viva, su cui si fonda l’edificio spirituale formato da pietre vive, che siamo noi (1Pt 2:4-5). In questo passo della Prima Petri, l’apostolo cita un versetto del profeta Isaia («Ecco, io pongo in Sion una pietra d’angolo, scelta, preziosa, e chi crede in essa non resterà deluso», 28:16), nel quale la fede è messa in rapporto con la pietra. In ebraico la radice ’mn (da cui il verbo ’aman, “credere”, e la nostra interiezione amen, “veramente”, “è cosí”, “ci credo”) esprime la nozione di stabilità, solidità, fedeltà. “Credere” significa, innanzi tutto, “acquistare saldezza e fermezza” appoggiandosi a qualcuno che è saldo e fermo come una roccia. Gesú — la “pietra” su cui solo si può edificare (1Cor 3:11) — dovendo dare un soprannome a Simone, lo chiama Pietro. Se la Scrittura ci trasmette una concezione tanto positiva della pietra, con quale diritto ci permettiamo di giudicarla negativamente, perché fredda e dura? È corretto citarne esclusivamente l’uso — possibile (perché previsto dalla legge), ma certamente non raccomandato dal vangelo — di strumento per la lapidazione?

Ebbene, se la dottrina svolge nella Chiesa il ruolo di “pietra” su cui si fonda la fede dei cristiani, non vedo che cosa ci sia di male. La fede deve necessariamente far riferimento a qualcosa di solido, fisso, immutabile; essa non può essere in balia dei venti delle ideologie umane o dei mutevoli sentimenti. È vero che alle origini della Chiesa ci furono animate discussioni — spesso delle vere e proprie lotte — sul significato da dare agli insegnamenti di Cristo; ma a poco a poco la Chiesa è riuscita a definire tale significato e a fissarlo in alcune formule, che non possono piú essere modificate, se non si vuole ripiombare in quelle diatribe, che dovrebbero ormai ritenersi definitivamente concluse. Facciamo un esempio: durante la crisi ariana si discusse se Gesú Cristo fosse homoousios (= “della stessa sostanza”) oppure homoiousios (= “di sostanza simile”) al Padre. Una volta chiarito che Cristo è consostanziale al Padre, non ci si può lamentare che homoousios è una formula fissa, che impedisce una legittima dialettica e il pluralismo teologico nella Chiesa; non si può dire che la realtà è piú sfumata, che non è in bianco e nero, ecc. ecc. O Cristo è homoousios o non lo è; non ci sono sfumature che tengano. E se io affermo che Cristo è homoousios non sto scagliando pietre contro chicchessia, sto semplicemente affermando la mia fede nella vera natura di Cristo. Se poi ci sono alcuni che rimangono scandalizzati dalla mia affermazione, è un problema loro, non mio. Oltretutto, previsto dalla Scrittura: «Per quelli che non credono “la pietra che i costruttori hanno scartato è diventata pietra d’angolo” (Sal 118:22) e “sasso d’inciampo, pietra di scandalo” (Is 8:14). Essi vi inciampano perché non obbediscono alla Parola. A questo erano destinati» (1Pt 2:7-8). Non vedo perché ci si debba meravigliare della possibilità che qualcuno possa rifiutare Cristo; è una eventualità compresa nella libertà umana. Il fatto che qualcuno possa rifiutare Cristo non mi autorizza a cambiare — o, se si vuole, a mettere fra parentesi — la dottrina, solo per non indisporre qualcuno.

È vero dunque che la dottrina è il risultato di una “cristallizzazione”, vale a dire di un processo di chiarificazione, precisazione e definizione delle verità della fede. Ma tale processo non può essere visto in maniera negativa, come una manifestazione di chiusura mentale, fariseismo o legalismo che dir si voglia. È piuttosto da considerarsi come una forma di amore e di venerazione per la parola di Dio. È l’amore che spinge i credenti a cercare di comprendere meglio ciò che Dio ha voluto rivelare loro e, una volta compreso, cercare di fissarlo, custodirlo e tramandarlo cosí com’è, senza mutazioni. Si tratta di un bene troppo prezioso perché possa essere manipolato. Depositum custodi, è il chiaro monito di Paolo a Timoteo: come avrebbe potuto la Chiesa comportarsi diversamente?

Ma le formule fisse, si potrebbe obiettare, possono trasformarsi nella “lettera che uccide”, di cui parla Paolo (2Cor 3:6); la caratteristica della nuova alleanza non è la lettera, ma lo Spirito che dà vita. Ma noi abbiamo la certezza che quel processo di cristallizzazione è avvenuto proprio sotto l’impulso e la guida dello Spirito Santo, e che lo stesso Spirito continuerà a rendere vive quelle formule apparentemente morte.

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Alla dottrina, come dicevamo, oggi si preferisce il discernimento. Di esso ci siamo occupati in un precedente post. Siamo consapevoli dei limiti di quella trattazione, ma finora non siamo riusciti ad approfondire il discorso, come pure avevamo successivamente auspicato (qui). Non c’è dubbio che il discernimento possa vantare nobili ascendenze (le origini neotestamentarie e poi la tradizione ignaziana, a cui tanto Papa Francesco quanto Padre Sosa, per evidenti motivi, si rifanno). Tutto sta a vedere se il discernimento, che ora viene proposto in qualche modo come sostitutivo della dottrina, sia figlio legittimo del discernimento neotestamentario e ignaziano, o se non vada piuttosto considerato come… bastardo.

Oggi, al posto della dottrina — dura come la pietra, fissa, immutabile, fredda e astratta — si vorrebbe il discernimento, perché piú aderente alla realtà, piú malleabile, piú capace di cogliere la presenza e la volontà di Dio nelle molteplici e diversificate situazioni della vita. Padre Sosa descrive cosí la pratica del discernimento: esso «si pone in ascolto dello Spirito Santo, che — come Gesú ha promesso — ci aiuta a capire i segni della presenza di Dio nella storia umana». Ecco, si dà per scontata — lo ha promesso Gesú! — la presenza dello Spirito Santo nel discernimento, dimenticando che si fa discernimento proprio per verificare tale presenza. Si dimentica che, all’origine, il discernimento è discretio spirituum; si dimentica che non esiste solo uno spirito buono (lo Spirito Santo), ma anche uno spirito cattivo; si dimentica che non è facile distinguere la presenza e l’azione dell’uno e dell’altro; e proprio per questo è necessario il discernimento. Ho l’impressione che ci troviamo di fronte a una banalizzazione del discernimento, come se bastasse porsi “in ascolto dello Spirito Santo” (che significa poi concretamente?), quando invece il problema è proprio quello di stabilire se è lo Spirito Santo che mi sta parlando o non piuttosto la voce del Nemico (il quale, come ci ricorda San Paolo, spesso si maschera da angelo di luce, 2Cor 11:14). Un gesuita dovrebbe sapere quanto sia difficile distinguere fra lo Spirito vero e le sue contraffazioni.

Tra le altre cose, Padre Sosa ricorda un aspetto importante:
Il discernimento bisogna farlo insieme, insieme. Il discernimento non è mai solo di una persona: dobbiamo insieme condividere il percorso. Il discernimento è molto impegnativo, non è una parola caricaturale.
Prima che l’individuo, è la Chiesa che fa discernimento. Ed è quello che ha sempre fatto. In fondo, anche la dottrina è frutto di discernimento. Per tornare all’esempio che facevamo, nel decidere che Cristo era homoousios e non homoiousios, la Chiesa ha fatto discernimento; ma lo ha fatto una volta per sempre. Non è che debba continuare a farlo a seconda delle diverse situazioni, come se in qualche caso Cristo possa essere homoousios e in altri casi possa essere homoiousios.

La Chiesa inoltre, come evidenziavo nel post del 29 luglio 2016, non fa discernimento solo attraverso il suo Magistero, ma anche attraverso il sensus fidelium. I fedeli, considerati nel loro complesso, hanno un “sesto senso” infallibile, un “fiuto” spirituale con cui riescono a riconoscere istintivamente lo spirito buono e lo spirito cattivo.

Quello che oggi, nella nuova pastorale, viene spacciato per “discernimento pastorale” a me pare non essere altro che il vecchio “libero esame” luterano camuffato da discernimento ignaziano. Si tratta di un modo come un altro per sdoganare il soggettivismo nella Chiesa cattolica. Mentre finora c’era la dottrina a regolare la vita dei fedeli, un punto di riferimento oggettivo a cui tutti dovevano, volenti o nolenti, adeguarsi, adesso ciascuno è invitato a “discernere”, cioè, praticamente, a decidere autonomamente (per quanto, ufficialmente, “in ascolto dello Spirito”). Non serve, come fa p. Sosa, ribadire che la dottrina non scompare, dal momento che essa «fa parte del discernimento. Un vero discernimento non può prescindere dalla dottrina», quando poi si ammette che il discernimento può giungere a conclusioni diverse dalla dottrina, in quanto «la dottrina non sostituisce il discernimento e neanche lo Spirito Santo». In tal modo, la dottrina è diventata davvero “lettera morta”, per lasciare spazio esclusivamente a un discernimento incondizionato. Quando invece la dottrina dovrebbe costituire uno dei criteri oggettivi del vero discernimento: indicare quali sono i limiti (oggi va di moda parlare di “paletti”) oltre i quali il discernimento, per essere autentico, non può andare.

Dottrina e discernimento non dovrebbero perciò essere considerati come alternativi tra loro, ma piuttosto come complementari e reciprocamente dipendenti: la dottrina è frutto di discernimento; ma, a sua volta, il discernimento non può mai prescindere dalla dottrina: può sempre e solo svolgersi all’interno di essa. Che poi lo Spirito Santo sia superiore, non c’è dubbio; ma è tale non solo rispetto alla dottrina, ma anche rispetto allo stesso discernimento. Dottrina e discernimento sono due manifestazioni del medesimo Spirito, che non possono in alcun modo trovarsi in conflitto fra loro.
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